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Simpatico il volto un po' lunghetto, di un pallore bianco, che si accendeva talvolta fino all'incarnato di una fiamma velata, non più in in là. Intorno, sulla fronte quasi rettangolare, dietro le orecchie, giù molto abbasso nella nuca, una cornice di capelli castagni, bruni in massa, ma luminosi, accendentisi qua e là con striscie seriche, con picchiettature d'oro brunito, spartiti modestamente nel mezzo e appuntati con due spilloni d'argento. Gli occhi tranquilli, di un colore indeciso, francamente aperti e sereni guardavano dritto, a guisa di dardo scoccato; ed era il loro sguardo tutta una dolcezza, una dolcezza invadente che assorbiva l'attenzione e la sviava dalla irregolarità dei lineamenti. Il mento stesso, senza carattere, di un disegno sbagliato, scompariva nella luce generale di quel volto a cui la bocca, raramente sorridente ed anche nel sorriso mesta, dava una speciale espressione di bellezza concentrata. Sotto il collo elegante e fiero, le spalle non sembravano interamente sviluppate e la delicatezza del seno che segnava ma non accentuava la femminilità, le dava una vaga somiglianza colle statue classiche di Ebe giovinetta. Piccola la mano, dove le vene si gonfiavano facilmente, dove, sotto l'epidermide fina, si sentivano trasalire i muscoli.

Vestiva un abito di una mezza tinta, che ricordava un po' la peluria delle tortore, un po' quel pulviscolo dorato che copre gli alberi in autunno; e terminava ad ogni lembo, al giro del collo, all'apertura delle maniche, con una striscia di pallido rosa.

La signora Oriani si trova in uno de' suoi giorni belli—pensò il dottorone, dopo aver dato una occhiata ingiro e fermatala con compiacenza sul volto di Marta, che gli sedeva proprio dirimpetto.—Non è certamente una bella donna, ma è di quelle che hanno la possibilità di diventarlo a un dato momento; è la donna che si trasforma, la donna per eccellenza.

Marta si accorgeva forse dell'effetto prodotto, perchè un raggio più vivo brillò ne' suoi occhi, che rivolse ad Alberto, come per metterlo a parte del suo trionfo e fargliene omaggio.

Sedevano al pranzo di nozze dato da Toniolo per presentare la sua sposa. C'erano tutti; gli Oriani, i Merelli, il sindaco, il dottorone, il vero dottore che per solito non frequentava la compagnia, ma che in quella circostanza non aveva voluto mancare. Lo si era detto anche ai Gavazzini, ma inutilmente; essi non si mostravano mai in pubblico.

Erano venute da un paese vicino le sorelle di Toniolo, l'una maritata, l'altra no; due false bionde incipriate, cui era rimasta la farina sugli zigomi, goffe civettuole da villaggio; e con esse un paio di cugini incaricati di far loro il cascamorto; più il marito, uomo denso e pacifico.

Il pranzo, cui aveva presieduto il dottorone in qualità di cuoco consulente, si annunciava squisito con una specie di cappelletti fatti in casa, mescendo pane grattugiato, cacio, salsiccia e uova; cotti poi rari nantes in gurgite vasto nel socculento brodo di due capponi maritati lì per lì a un pezzo di manzo vero lombardo.

—Signori—disse il dottorone appendendosi il tovagliolo sotto il mento—vi invito al maggiore raccoglimento, ad una concentrazione religiosa davanti a questa tavola imbandita con ogni ben di Dio. Mangiate, o signori; la mensa è l'unico vero.

Toniolo, a capo tavola, sorrise, volgendo i begli occhi di velluto alla timida sposina che non osava contraccambiargli l'occhiata.