Il vocione di Merelli tuonò, attraverso i cucchiai rumoreggianti:

—Per un pranzo di nozze avresti potuto dire qualcos'altro.

—Oh!—fece il dottorone col naso nella scodella—non incominciamo troppo presto.

Le due sorelle incipriate abbozzarono un mezzo sorriso, indecise tra il fare la furba e il fare la ingenua. Avevano tutte e due un nastro celeste nei capelli e dei braccialetti di similoro; mangiavano smorfiosamente, avvicinando alla bocca la punta del coltello, lasciando sempre qualche cosa sul piatto, accomodandosi ad ogni istante il busto e la cintura.

La maggiore, quella maritata, sedeva vicino ad Alberto, che conosceva fin dall'infanzia. Quantunque non si vedessero più da parecchi anni, gli parlava con molta animazione, e non avendo nessun altro da conquistare, per il momento, sfoggiava con Alberto tutte le sue risorse, prendendosi una famigliarità di amica d'infanzia, con una certa irrequietezza nei ginocchi che faceva fremere Marta dall'altro capo dalla tavola.

Marta oramai tenevasi sicura della fedeltà di suo marito, ma ne era gelosa sempre; sarebbe stata gelosa di una vecchia, di un bambino, così come era gelosa de' suoi amici e di tutto ciò che egli amava.

Non aveva la sicurezza audace di colei che ha visto un uomo delirare a' suoi piedi, quella sicurezza che mette un raggio intorno alla fronte, per la gioia del dominio, per l'ebbrezza dei sensi soddisfatti, e quel corteggio di memorie che avvolge come in una nuvola, che solleva al di sopra dei mortali, per cui tutto in lei, incesso, parola, sguardo, rivela la donna amata, la trionfatrice. No. Marta si sentiva debole, mal sicura, diffidava di se stessa, provava l'avvilimento di un soldato che dopo essersi preparato ad una rude battaglia trova il campo libero e il nemico che dorme sotto la bandiera bianca spiegata.

In questo stato d'animo, ogni piccola cosa la irritava, le dava ombra; trovandosi malcontenta non era più nemmeno gentile; non compativa e non tollerava più nulla.

Una sorda antipatia le sorgeva in petto per la sorella di Toniolo, vedendo ch'ella osava servirsi del pane di Alberto, toccarlo sul braccio, parlargli così vicino col volto che i loro capelli quasi si confondevano; e chiamarlo ad ogni momento: «Oriani! Dica Oriani! Non è vero Oriani?»

Aveva una vocetta stridula e volgare, voce da pettegola, a cui ella dava certe inflessioni pretenziose, false come l'oro de' suoi braccialetti e come il biondo della sua zazzera.