Siamo oramai lontani dal tipo di studente errabondo e povero che ispirò Murger nella «Bohème» e che Étienne Eggis parlando di se stesso ci descrisse in quella strofa deliziosa di spontaneità.
Je n’avais pour tout bien que ma pipe allemande
Deux volumes du gran Goethe, un pantalon d’été....
Gli studenti che battono alla porta di questo alberghetto (suonare il campanello quando non si trova nessuno) hanno la loro mamma a casa che li ha provvisti di abiti per il caldo e per il freddo ed essi non devono preoccuparsi altro che di passare le classi. Dinanzi a loro, nell’ampia Parigi, la Parigi vorticosa e turbinosa della riva destra, danzano a frotte le illusioni adescatrici e perfide. Qui, nel quartier latino, si sogna e si ama; ma la lotta per la vita è laggiù che li attende... Essi lo sanno, i giovani, e colgono finchè possono le rose dei vent’anni. Nella cripta del Pantheon dormono i grandi uomini il loro sonno immortale, mentre tutto intorno sorgono queste speranze novelle figgendo gli sguardi nell’avvenire. Forse trovasi fra costoro il grande uomo futuro?....
COLMAR.
Le gazzette di questi giorni annunciarono che in Alsazia si sta in una grande attesa dei prossimi avvenimenti guerreschi e in questa attesa, non priva di serie preoccupazioni, si provvede a mettere al sicuro nell’interno della Germania gli oggetti d’arte, principalmente le celebri tele dei quattrocentisti raccolte nel museo di Colmar.
Colmar, nome grazioso di una piccola città della quale ignoravo completamente l’esistenza fino a quattro anni or sono. Mi trovavo a Strasburgo, ed al pari di ogni straniero che visita la capitale dell’Alsazia, facevo colazione una volta tanto alla casa Kammerzel che si addita come il modello più puro dell’antica architettura tedesca. A rendere più vivo il colore locale sedeva alla mia tavola stessa una brigata di tedeschi autentici, così grossi e tozzi e rumorosi e maleducati che mi sentii subito invasa da quel malessere speciale che devono provare, io penso, i pesci fuor d’acqua e che io avvertii sempre in presenza di questa razza che sento profondamente diversa dalla mia, sopratutto nel suo esemplare ultimo; perchè io giungo, non dico a simpatizzare ma ad accostarmi alla piccola Germania di una volta dalle casuccie di legno sul cui tetto nidificano le cicogne e nell’interno si conduceva una vita semplice e parca, tutta intessuta di minute economie borghesi che non impedivano di essere felici perchè i gusti erano primitivi e i cuori contenti. Ma questa generazione venuta su dopo il settanta, imbevuta di orgoglio filosofico e di smania di godere, questi tedeschi tanto lontani dal mugnaio Sans Souci e dalla sua candida fede nella giustizia, queste Gretchen che hanno trovato una soluzione tanto più comoda dell’infanticidio per aggiustare le loro marachelle, questi Faust che non vegliano più fra i dibattiti dell’anima perchè l’anima già da un pezzo l’hanno data al diavolo, questa gente prepotente e volgare, sudicia e boriosa non ha nulla di comune con noi.
Tale convincimento mi venne più forte che mai intorno a quella tavola del Kammerzel, fra quegli uomini sazi di cibo che si scompisciavano dalle risa al racconto di un compagno e le loro donne che si frenavano appena, facendo saltellare sui grossi petti, le grosse catene d’oro, agitando le braccia dense e corte con uno sbatacchiamento di anitra che voglia uscir dal fosso. Ero la sola rappresentante della latinità, taciturna in mezzo a quel rumoroso dilagare di ilarità teutonica, e siccome nessuno della comitiva parlava nè l’italiano nè il francese, mi rivolsi a un cameriere per conoscere il soggetto di tanta allegria. Trattavasi dell’avventura di uno di quei signori che nell’attesa del primo bimbo aveva almanaccato nove mesi colla moglie sul nome da imporgli e quando fu trovato con piena soddisfazione di entrambi nacque una bimba. Come? — esclamai — è tutto qui? — Tutto qui! — mi rispose l’alsaziano con una ironia nell’accento e tale lampo di malizia negli occhi che mi furono chiosa e compenso, e pensai: «Ecco un suddito poco rispettoso della strapotente Germania».
Fu da quel casuale incontro che di parola in parola (non era egli un irredento?) venni a sapere l’esistenza della città di Colmar, del museo d’arte antica e di antiche abitazioni in vecchio stile curiose a vedersi. Non ci volle di più per decidermi nel mio ritorno in Italia a farvi una sosta fra una corsa e l’altra.
Pochi giorni dopo facevo la mia entrata a Colmar, unica viaggiatrice in un modestissimo tram che mi portò attraverso vie monotone e piatte, senza espressione, senza colore, senza vita. Non uno sfondo di verde, non un movimento di acque, nulla, nulla. E neppure una casa antica! Passai bensì dinanzi alla chiesa di S. Martino, ma era in riparazione e cinta di assi che non me la lasciavano vedere.