Quanti nomi! Quanti secoli di storia! Non era l’antica Lutezia che una meschinissima borgata e sulla collina dove ora sorge il Pantheon pascolavano le pecore, quando una fanciulla dall’angelico profilo e dagli occhi pieni di sogno stendeva le piccole mani per trattenere l’invasione degli Unni. La nascente Parigi aveva già la sua protettrice: Santa Genovieffa!

Chi vuole conoscere in poco più di venti minuti il passaggio da un mondo all’altro deve prendere in piazza della Maddalena il venerabile omnibus del Pantheon, mediante il quale, dopo di aver gustato per pochi istanti la risurrezione degli antichi viaggi in diligenza, si trova a mille miglia dal boulevard des Italiens e dalla Avenue de l’Opera. Ecco il ponte sul quale in una oscura notte di novembre pochi fedeli amici passarono accompagnando il cadavere dell’attrice Adriana Lecouvreur che una legge del tempo proibiva di seppellire in terreno sacro. Ecco il Lussemburgo, palazzo e giardini, dove ogni pietra narra una storia. Ecco la Sorbonne, ecco l’architettura arcaica di Cluny sotto le cui ombre meravigliose giuocano i bambini del popolo, ecco i Licei famosi dai quali uscirono i più grandi scrittori della Francia, ecco la via Soufflot tutta piena di libri, ecco la mole imponente del Pantheon e accanto, meno vasta ma più pregiata dai buongustai, la chiesa antichissima di Saint Étienne aux Monts dove si conserva l’arca di Santa Genovieffa, dove una elegante transenna fiancheggiata da due scale aeree richiama le belle opere del nostro Rinascimento.

In questo quartiere dedicato allo studio ed agli studenti invece dei negozi di novità non si vedono che quaderni, matite, cartelle, dizionari, e in fatto di eleganza alcune botteghe di camicie fatte e di cravatte a buon mercato; ma quanta giovinezza vera, quanta forza, quanto soffio di idee e di speranze nove batte l’ali in questo cantuccio trascurato di Parigi e nei piccoli giardini di queste case dove gli uccelletti si arrischiano ancora a sospendere i loro nidi, dove c’è un silenzio di orto di curato e dei sedili vuoti che la fantasia popola a suo piacere.

E non erano queste le strade percorse da Mimì Pinson?... Ohimè, Mimì Pinson è morta senza discendenti. Abbiamo ora le studentesse, purtroppo! Mimì Pinson non cercava altro che l’amore, le studentesse lo cercano pure, ma complicato di filosofia e di questione sociale. Chi sa che cos’hanno, povere donne in quelle loro teste arruffate! Si vedono, verso sera, passare in giri fitti, rapidi e convergenti proprio come rondoni, finchè vanno a dar di capo in una delle innumerevoli tavernes del boulevard Saint Michel, dove tra il fumo delle sigarette e gli chop di birra (quando sono in fondi) gli studenti d’ambo i sessi incrociano sguardi e discussioni infiammate. A guardarli dalla finestra è una sfilata di cappelli originalissimi, d’ogni colore, forma e dimensione, perchè pare che nella scelta del cappello gli studenti sogliano mettere una affermazione di principii. Quelli delle studentesse poi si distinguono per certe penne spennacchiate che percuotono loro le spalle facendo pensare a scopinetti, a fronde d’albero, a batti panni, a code bizzarre di animali ignoti, a tutto insomma fuorchè ad un ornamento femminile.

Più tardi, quando la mole del Pantheon non appare che nelle forme incerte di un gigante accovacciato e l’infelice Pensatore che Rodin immaginò certo in un giorno di cattiva digestione, uno di quei giorni fatali che capitano anche agli uomini grandi, dorme sul suo equivoco sedile, ripassano a coppie... lente, silenziose, la mano stretta nella mano... e le stelle brillano in alto indulgenti e serene.[2]

È in una soffitta del quai St. Michel che Giorgio Sand, abbattendosi su Parigi all’inizio del suo volo di procellaria, andò a cercare il primo rifugio: ben lontana allora dal sospettare che in una aiuola del giardino del Lussemburgo i tardi nepoti verrebbero ansiosi a contemplarne la nobile sembianza scolpita nel marmo, fra un popolo di regine troneggianti in mezzo agli alti alberi che videro passare Maria dei Medici.

E tutto intorno a queste memorie una bonomia di vita semplice, di mattinate operose e insieme tranquille, lungo i marciapiedi solitari percorsi appena da qualche borghesuccia che va per le sue provviste o dai professori nel loro incesso dignitoso avviati a sparire negli ampi portoni dei Licei e delle Università; di meriggi sereni in cui sfilano lunghe schiere di alunni attraversando vie quasi deserte e negozietti sulle soglie dei quali le donne in camiciola bianca vengono a prendere il fresco sedute sulle loro seggioline di paglia, come a Codogno, a Gorgonzola, oppure (parlando a fiorentini) a Prato ed a Signa.

Tipico in questo quartiere è un alberghetto del quale non dirò il nome, ma che potrebbe chiamarsi senza anacronismo albergo dei Tre Mori, della Rosa bianca o delle Armi di Rohan. La sua unica porta è fiancheggiata da due vasi di semprevivi, modesti sì ma eloquenti emblemi, destinati forse a mitigare l’effetto che in alcune persone impressionabili potrebbe fare una esposizione di pompe funebri che si trova proprio a fianco coi disegni di tutti i corbillards: prima, seconda, terza classe: e dei moduli di partecipazione graduati a tutti i lutti. Non credo però che i frequentatori di quell’alberghetto se ne siano mai preoccupati, essendo per la maggior parte studenti, artisti, giovinotti che fioccano dalla provincia a Parigi per farsi una posizione e che vi alloggiano più o meno a lungo finchè abbiano trovato qualche cosa di meglio; ciò che peraltro non deve essere facile perchè in fondo i Tre Mori o la Rosa bianca o le Armi di Rohan non è che una continuazione della vita di famiglia, la piccola, umile, serena, intima vita di famiglia in provincia — e se non è precisamente Nanterre o Perpignan certo non è ancora Parigi.

Ogni mobile qui è di antica data e non bisogna sofisticare troppo se le stoffe in qualche posto mostrano l’orditura, poichè ci aspetta la dolce sorpresa di trovare sul caminetto la stessa pendola che abbiamo sempre visto in casa della nostra nonna, e appese alle pareti un gran numero di quelle stampe vecchiotte che formano la delizia dei collezionisti. Che importa se la luce elettrica vi è un mito, se una fila di moccoletti attende sulla scansia i relativi proprietari e se le terraglie di camera appaiono spesso scompagnate?... I letti sono ampi, morbidi e vi si dormono i più beati sonni dell’innocenza.

A ciò provvede particolarmente un avviso appiccicato sopra il muro «Il est defendu de faire entrer quelq’un coucher avec soi.»