Ma Amsterdam e Rotterdam sono città troppo progredite per soddisfare il gusto di esoticismo che si ha sempre quando si viaggia. Bisogna vedere le città morte del Zuidersee — suggeriscono le guide stampate e le guide parlanti. Sette ore di imbarcazione sul mare interno ci mettono a contatto dell’Olanda genuina. Andiamo.

Ecco dunque per primo Brock, leggiadrissimo villaggio a fior d’acqua, incappucciato di un verde intenso e così fresco, così silenzioso, così umido e fragrante e riposante che per tutti i luglio e gli agosto che ancor mi rimangono di vita nei giorni più torridi mi vedrò sorgere dinanzi la visione di Brock, sinonimo di paradiso estivo. Le singolarisime cose che diedero un tempo fama burlesca a questo paese sono quasi scomparse; solo rimane più che mai rigido il silenzio assoluto e l’assenza totale degli abitanti. Le gabbiette umane più che mai minuscole e dipinte hanno qui più che mai porticine e finestrine inchiodate. Si vedono bensì dietro a certi vetri bazzecole di legno e di terraglia che vorrebbero essere, forse, da vendere; ma poichè tutto è chiuso ermeticamente ed anima viva non appare, quelle mostre platoniche che stanno probabilmente lì da anni ed anni dietro i loro vetruzzi inviolati sembrano roba imbalsamata.

Monnikendam, che vien dopo, ha l’aspetto più serio e insieme una tristezza e un malcontento di grande passato distrutto. Due bambine in costume colle bionde ciocche sfuggenti dalla cuffietta e i piedi sperduti entro larghi zoccoli di legno a punta offrono meschini gingilli tratti dal fondo di un paniere. Anche qui tutte le porte e tutte le finestre e tutte le botteghe chiuse; non un uomo, non una donna, non un bimbo; nè cani, nè galline; nemmeno una mosca che rompa col suo breve volo l’immobilità, la solitudine e il silenzio. Si lascia Monnikendam coll’impressione che le due bambine in costume facciano parte di una messa in scena di città morta ad uso e consumo dei forestieri.

Sulle due isolette di Marken e di Vollendam riappare la vita, Marken protestante, Vollendam cattolica; entrambe ridenti e liete dell’ampio mare che spumeggia intorno alle loro linde casuccie o, a meglio dire, cabine — una o due camere al più, di legno, erette su palafitte — luccicanti all’interno di stuoie distese sul pavimento, di piatti appesi alle pareti, di tendine bianche, di innumerevoli cianciafruscole sparse Gli abitatori vivono di pesca. Di uomini non se ne vedono perchè stanno al largo tutta settimana coi loro battelli e tornano appena alla domenica; ma le donne sono tutte sulla soglia e le fanciulle bionde e magre, con quel petto spianato che tanto dispiaceva al De Amicis, passeggiano in su e in giù sferruzzando calze di grossa lana nera.

Ripensando all’Olanda dopo esserne usciti, con quella visione del paesaggio fatto di acqua e di erba dove pascolano le belle mucche bianche a macchie scure, dove le antenne dei mulini girano silenziose sul cielo pallido, collo sfondo del mare di un colore monotono tra il giallastro e il bigio — dolce visione non perturbatrice — sentiamo che la nostra curiosità è paga. Non ci tormenterà la nostalgia dell’Olanda come sempre tormentano chi le ha avvicinate una volta sola le sacre pietre di Roma o il golfo di Napoli o la incantatrice Venezia. Abbiamo visto l’Olanda, siamo contenti di averla veduta e basta.

Forse, quando dopo molti anni i porti, le isole, i prati verdi, le città silenziose saranno dileguate a poco a poco dalla mia memoria, un mulino alto, nero, maestoso, imponente, il più bello il più gigantesco mulino che abbia battuto le ali fra la Schelda e la Mosa, mi passerà ancora dinanzi agli occhi e rivedrò nel piccolo caffè i due innamorati taciti e sospirosi. Ah! chi sa se si ameranno ancora!

UN CANTUCCIO DI PARIGI ALL’USO DELLE PERSONE SEMPLICI.

Tutte le volte che si parla di Parigi la mente è abituata a immaginare subito una città di delizie dedita esclusivamente al lusso ed ai piaceri. È forse partendo da questo preconcetto divenuto oramai un luogo comune, e per l’orrore dei luoghi comuni, che io fui invece subito e sempre colpita dagli aspetti deliziosamente provinciali, adorabilmente ingenui, di questa terribile moderna Babilonia.

Certo non anderò a cercare la provincia in Rue de la Paix nè l’ingenuità alle Folies Marigny. Io vado più in là. Io cedo tutta la riva destra ai boulevardiers di professione, agli stranieri che piombano su Parigi come d’estate i mosconi sulla carne scoperta, avidi di sensazioni acute e di curiosità proibite, alle signore eleganti, ai giovinotti dal portafoglio ricolmo, ai vecchi marcheurs, agli omnibus sgangherati, ai cocchieri insolenti, ai marciapiedi sudici, agli encombrements che vi impediscono di camminare, ecc. ecc.

Quando penso a Parigi, io ripasso la Senna invariabilmente perchè delle città al pari che degli uomini ricerco il cuore e il cuore di Parigi batte nella vecchia isola di Saint Louis e di Enrico IV, laggiù dove le torri di Notre Dame come vigili candelabri eretti al cielo sembrano tenere alta sopra le attuali miserie la fede che i nostri padri bagnarono nel loro sangue. E dalla piccola isola toccando la riva sinistra, non senza volgere uno sguardo alla guglia quasi spirituale della Sainte-Chapelle, entro in quel quartiere latino dove le anime solitarie e pensose anderanno sempre a cercare le loro migliori sensazioni.