Jusque au fond?

Naturellement.

Et les conséquences?

Oh! dé-sas-treu-ses! — soggiunse l’olandese alzando le mani sopra la testa.

È per questo che il governo ha proibite le kermesse e, tranne in qualche remoto villaggio, non si praticano più. In Amsterdam, no certamente.

Rotterdam, la seconda grande città olandese, è, direi, più mossa, più varia di Amsterdam. La ferrovia che la attraversa tutta sopra un lungo e pittoresco viadotto le conferisce un non so quale aspetto cosmopolito che sembra riallacciarla agli altri paesi che non sono Olanda; tuttavia le case perdendo le caratteristiche antiche gareggiano anche qui nella emulazione del piatto, del liscio, dell’eguale. Anche all’edificio della Borsa, che nelle città commerciali tiene il posto d’onore, non pare abbiano data soverchia importanza. La Borsa di Londra somiglia a una fortezza, quella di Bruxelles sta fra il teatro e la chiesa, quella di Amsterdam fra la chiesa e il manicomio; quella di Rotterdam è solo una casa un po’ più casa delle gabbie e delle scatole che la circondano.

Ma che bella improvvisata quando, percorrendo rassegnati una delle solite vie a botteghe ed a usciolini chiusi, ci appare una galleria ampia e chiara sopra uno sfondo verde che attrae irresistibilmente e cedendo all’attrazione ci troviamo in una piazza vastissima che potrebbe non sembrare olandese se a un lato di essa non si elevasse alto, nero, maestoso, imponente, il più bello il più gigantesco mulino che abbia battuto le ali fra la Schelda e la Mosa!

Che cosa sieno i mulini a vento in Olanda è difficile dire a chi non li abbia visti. Per me sono come i cabs a Londra; tale nota nel paesaggio che, ove sparissero, sparirebbe una rivelazione di grazia presso quel popolo senza grazia che è l’inglese e una forma di eleganza in questa Olanda così poco elegante. Io non vidi mai per il mio desiderio abbastanza cabs a Londra, come non mi stancai mai di cercare mulini in ogni cantuccio d’Olanda; e il vedermene uno dinanzi, all’improvviso, dove non mi sarei immaginata certo di trovare un mulino, cioè sulla grande piazza di una grande città, mi riempì del più gaio stupore.

Il mulino di Rotterdam è una bellezza per gli occhi e per l’immaginazione. È linea ed è simbolo. È come la bandiera dell’Olanda, del suo indefesso lavoro e delle sue conquiste famose, sventolante colle antenne superbe al vento del nord. Me ne godevo la vista ed il pensiero seduta fuori di un piccolo caffè, ed era questo un diletto squisito per l’anima mia, se non che volgendo e rivolgendo il capo a destra per vederlo sempre meglio vidi pure, seduta alle mie spalle in un cantuccio ombrato, una gentil coppia di amanti così eterei, così romantici, così fuori del mondo in quel loro divino assorbimento che tutti i ricordi d’Italia mi assalirono e non osai più volgere il capo per non interrompere l’estasi dei due felici. Non potevo tuttavia impedire a me stessa che un qualche furtivo sguardo non deviasse ancora nella loro direzione. Dal posto in cui mi trovavo il giovane mi rimaneva nascosto e poco scorgevo anche del volto di lei sotto le tese del gran cappello, ma una sua piccola e delicata mano abbandonata in grembo veniva accarezzata con tanta dolcezza dall’amico e il loro silenzio rotto appena da sospiri e da flebili accenti aveva una tale soavità commossa, che fra essi e il mulino e le fantasie suscitate passai una delle ore più deliziose del mio soggiorno in Olanda.

Sì poco basta talora a improvvisare un’oasi di felicità in questa nostra deserta esistenza. Passava appunto una signora con un mantello color cioccolata e quattro bottoni sulla schiena. Ella aveva forse scelto il mantello in causa di quei quattro bottoni. Doveva aver pensato: È un ornamento originale e di buon gusto, mi starà bene. Filando poi per le vie di Rotterdam, la preoccupazione di quei quattro bottoni e del grazioso effetto che producevano sui riguardanti la riempiva certo di una piacevole illusione.