Rimanevano da vedersi le cose arcaiche; avevo ancora nella memoria le costruzioni di questo genere ammirate a Bruges e a Gand, la mia curiosità era viva. Vidi la casa Pfister, corretta e regolare nella sua esatta riproduzione delle antiche case tedesche, e il Rathaus e la casa denominata delle teste, con una bella porta; ma più ancora mi piacque quella dei Cavalieri di S. Giovanni che negli eleganti loggiati e nel traforo aereo del parapetto di mezzo ricorda i migliori esempi di certi palazzi veneziani. Bellissimi poi il cortile e il pozzo della tribù dei sarti; principalmente il pozzo che nel disegno ardito, di una signorilità rara in queste regioni, si accosta all’architettura del nostro Rinascimento.

Ma il treno stava per partire. Addio Colmar. Sul punto di accommiatarmi dalla mia guida una profonda scappellata, alla quale la guida risponde con ossequioso rispetto, mi mostra un signore dall’aria distinta, dall’abito mezzo borghese e mezzo prelatizio. — Monsignore — mormora piano la guida — la prima autorità di Colmar! —

Caspita! Salutai anch’io. Che cosa potevo pretendere di più?

1914.

NEL PAESE DI FEDERICA.

Quando all’uscire dalla stazione di Basilea la verde pianura dall’Alsazia si apre ai nostri sguardi, subito l’occhio corre a cercare a sinistra la molle ondulazione dei Vosgi e dall’altra parte, oltre il Reno, che luccica tratto tratto in lontananza, una curiosità alimentata di leggenda e di poesia agreste ci indugia a lungo sulle prime arborescenze della Foresta Nera.

Il treno si avanza fra prati irrigui e campi a coltivo attraversando un paesaggio dai contorni morbidi, un po’ incerto di colore in queste grigie giornate invernali, ma che deve essere in primavera tutto sorriso d’alberi e di erba fiorita, con trilli di allodole nei boschetti che appaiono qua e là a interrompere la monotonia della linea piana.

E via via che si procede Strasburgo sembra venirci incontro col fascino sentimentale delle sue memorie. Non a caso mi esce dalla penna questo aggettivo «sentimentale», perchè le belligere avventure della antica colonia romana conquistata dagli Alemanni e favorita da Carlo Magno, la città prosperosa che accogliendo nel 1500 la Riforma immortalò fra le sue mura i nomi di Giacomo Sturm, l’energico difensore delle libertà protestanti, e di Giovanni Sturm, l’umanista, fino alla guerra angosciosa dei Trent’anni che la fece cadere in vassallaggio dei re di Francia, sono ormai troppo lontane da noi per farci battere il cuore e meglio ci seduce ciò che sappiamo di Strasburgo durante i due secoli precedenti la Rivoluzione per lo sviluppo grandissimo che vi ebbe la sua Università e per i personaggi che la attraversarono, sopra i quali domina sovrano il genio di Goethe.

Esiste ancora quell’albergo dello Spirito dove il giovane studente venuto a Strasburgo per compiervi gli studi di legge discese appena arrivato? Io lo cercai subito e lo trovai lungo la riva dell’Ill; ma l’albergo non c’è più e solo la modesta casa segna in una targhetta il nome dell’illustre ospite. In un’altra contrada, all’antico mercato del pesce, altra targhetta su altra casa. Qui Goethe trovò stabile e piacevole alloggio. Ora vi è aperto un negozio di camicie a un marco e mezzo e di grembiuli a ottantacinque pfennige. Ma la fantasia non si scoraggia.

Nelle belle, ampie, allegre vie di Strasburgo (forse le medesime progettate fin dal tempo di Goethe), sopra gli innumerevoli ponti dove si vedono anche oggi svolazzare i farfalloni neri che adornano il capo di qualche alsaziana fedele alla tradizione, nei cantucci remoti dove le acque gorgoglianti dell’Ill, divise in duplice ramo, formano rinsacchi pittoreschi, presso le vecchie sostruzioni di puro stile tedesco, la casa Kammerzel, il Rabenhof, il Planzbad, l’ombra del grande poeta è con noi e ci tornano insistentemente alla memoria le parole che egli pensava dall’alto della Cattedrale gettando il suo primo sguardo sulla città e sulle amene campagne che la circondano. «Un simile sguardo in un paese a noi perfettamente nuovo e nel quale dobbiamo fermarci per un certo tempo ha qualche cosa di speciale, di misterioso e di piacevole; tutto si presenta ai nostri occhi come una carta bianca sulla quale nulla ancora sta scritto. Questa carta ancora non porta il ricordo di piaceri o di sofferenze; lo spazio vivace e svariato per noi è tuttora muto; amore e passione ancora non hanno segnato questo o quel punto. Eppure il cuore già prova un presentimento di quanto sta per avvenire, una inquietudine si sparge in tutto il nostro essere. Che ci attendano gioie, che ci attendano dolori, essi avranno più o meno il carattere del paese in cui ci troviamo.» Dove eri allora, o Federica?