È con trepido passo che mi accosto io pure alla Cattedrale, trovandola ammirevole nei particolari ma non totalmente soddisfacente nella linea d’insieme, che mi pare manchi di slancio e di eleganza; se pure non si vuole dedurre dalla sua forma il significato mistico di una mano ripiegata coll’indice rivolto al cielo. Salgo i trecento scalini che guidano alla spianata superiore, arrestandomi a decifrare i geroglifici di una pietra fissata nel muro e vi leggo a mezza voce, lentamente, il nome di Goethe con una cotal mia aria melensa propria dei momenti di concentrazione, quand’ecco sbucar fuori un signore lungo e magro, il quale, con cipiglio di pedagogo che sorprende Crapotti o Massinelli in fallo, mi scaraventa contro in una gamma crescente di indignazione: — Goethe?... ma è un poeta! Un grande poeta!!! Un poeta tedesco!!! — Mi sprofondo in ringraziamenti.
I primi mesi trascorsi da Goethe a Strasburgo in piacevoli distrazioni, studi geniali e simpatiche amicizie, ricevettero l’impressione di un avvenimento che mise sottosopra la città e fece interrompere i corsi universitari. Fu il passaggio di Maria Antonietta che si recava a Parigi per sposare il Delfino. Bella, distinta, imponente, graziosa, la giovanissima fidanzata apparve in una carrozza di vetro all’ammirazione del popolo e Goethe che era accorso a visitare il padiglione ove ella veniva accolta doveva provare una dolorosa commozione e un senso di raccapriccio nel vedere che il più splendido arazzo scelto per decorare la sala principale raffigurava la truce istoria di Giasone, Medea e Creusa. «Come! — esclamò ad alta voce senza curarsi dei commenti della folla. — È permesso di presentare alla futura regina, sotto pretesto di festeggiarla, l’esempio del più sciagurato matrimonio che sia mai stato conchiuso?» Per calmarlo i suoi compagni lo assicurarono che non tutti stanno a meditare sul significato dei quadri, che per loro conto non avevano sentito nulla e che certamente nè la popolazione di Strasburgo nè la gaia fidanzata non avrebbero avuto sì bizzarri pensieri.
Il ricordo di Maria Antonietta risorge ancora più che mai romantico e sentimentale dinanzi al palazzo elegantemente barocco che fu la dimora episcopale di quattro cardinali di Rohan poichè l’ultimo di essi, Luigi, preso da folle amore per la sovrana, doveva poi essere travolto nella oscura macchinazione detta della Collana della regina, che gli costò fortuna, onore e vita.
Di un’altra storia d’amore collegata alla storia di Francia, resa popolare da romanzi e da commedie ci risovviene nel coro della chiesa di S. Tommaso, dinanzi al monumento di Maurizio di Sassonia, opera pregevolissima dello scultore Pigalle, il quale ebbe un’idea originale e suggestiva rappresentando il maresciallo che discende intrepido nella tomba di cui la Morte tiene sollevato il coperchio, mentre una donna in lagrime tenta di trattenerlo invano. Questa donna deve rappresentare la Francia, ma è così seducente che il pensiero corre ad Adriana Lecouvreur....
Fra tante memorie della nazione che per due secoli signoreggiò l’Alsazia vien fatto di domandarci: Ma questa Alsazia, infine, è francese o è tedesca? Certo la Francia non è passata invano fra questo popolo; qualche cosa della gentilezza latina vi si è infiltrata plasmando la pesantezza del tipo tedesco in una forma di grazia e di leggiadria che si ritrova dovunque, che dà brio e movimento a tutta la vita della città, collegata forse alle sue origini prime di colonia romana. Tuttavia sui muri delle sue chiese e delle sue case, nelle pagine più ardenti delle sue tradizioni, forse nel segreto della maggior parte dei cuori, l’Alsazia è tedesca. La guerra del settanta ha chiusa la parentesi. I strasburghesi di oggi parlano esclusivamente il tedesco, i nomi delle vie e le insegne dei negozi sono in lingua tedesca; appena qualche albergo e qualche farmacia porta sotto alla scritta tedesca un’umile traduzione francese: Pharmacie de la Vierge — du Cigne — de la Rose.
A questo proposito interrogai molte persone, chiedendo loro se preferivano dirsi francesi o tedeschi. Le risposte furono, a dir vero, ambigue. Temevano di compromettersi? Una vecchia che vendeva spagnolette abbrustolite sulla piazza di S. Tommaso e che per ragioni di età, aveva balbettato le prime parole in francese, mi rispose: Que dojs-je vous dire? On travail’ait avant, on travaille après. Le feci osservare che ella parlava bene il francese: Dame! Quand j’allais à l’ecole on payait un sou d’amende pour chaque mot allemand. Credo che ora avvenga il contrario.
Le statue di Gutenberg, di Kleber, di Goethe, altre ancora, popolano i giardini della città. Io penso a colei che non si vede.
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Era l’ora del tempo e la dolce stagione quando Wolfango Goethe allegro studente e bellimbusto ebbe il capriccio di travestirsi con poveri panni antiquati per accompagnare un amico in visita presso una simpatica famiglia di campagna, il Pastore della chiesa protestante di Sesenheim che aveva moglie e due figlie. Il travestimento era un po’ la mania del secolo. Io non so se al giorno d’oggi un giovinotto ricco, elegante, colto troverebbe gusto a presentarsi in una casa, prima ridicolmente camuffato con abiti fuori d’uso, poi nelle spoglie domenicali di un garzone d’osteria. Aveva ragione chi disse che i nati dopo la rivoluzione francese non sanno che cosa voglia dire la gioia di vivere.
Questa gioia il futuro autore dell’amarissimo Faust la gustò appieno recandosi da Strasburgo a Drusenheim e di là a Sesenheim, a cavallo, in una giornata splendente di sole, lungo i sentieri che fiancheggiano il Reno, ebbro dei sogni indecisi eppure così dolci di una sana giovinezza.