Osservo che nella terza strofa Egli pone in dubbio se la morte lo côrrà giovine o vecchio, ma nella quinta esprime sicurezza che tutto ciò che era di grande in lui non avrebbe potuto esplicarsi nè sopravvivergli. Un po’ di maniera è l’ultima, dove il terzo verso suona fiero e schietto, ma che termina con una specie di negazione di ciò che Egli fu e resterà nella memoria di tutti; un ardente amatore, un implacabile odiatore.

Ma la passionalità intensa del suo temperamento si dimostra anche meglio in questa pagina delle sue ultime lettere:

«Sento una grande malinconia a pensare alla mia morte... Veramente la morte è quasi l’unico ostacolo vero che mi vedo davanti per riuscire a fare quello che vorrei. La morte o la pazzia. Alla pazzia non penso perchè è inestetica e repugnante. Ma se morissi giovane, ecco che di me non resterebbe assolutamente nulla. Porterei via tutto con me nella mia testa. Tanto pensiero, tanto amore non rifiorirebbero più!... di ciò che ho pubblicato non conta neppure parlare. Forse Speranza potrebbe cadere sotto gli occhi di qualche anima gentile e profonda che resterebbe un po’ commossa e si domanderebbe cosa sia successo del mio nome ignoto. Nulla più. Di utile per il mondo non ci sarebbe una frase, una parola. Come è doloroso questo pensiero! Quando avrò prodotto, quando avrò dato il frutto mio, mi parrà di respirare. Sarò sicuro di qualche cosa che non potrò perdere più.

E poi c’è l’altro modo di rivivere dopo morto; se non nell’opera per sempre, almeno nell’affetto e nel cuore per qualche tempo.

«Vorrei qualcuno che pensasse a me, spesso e molto, che sapesse chi ero io e che venisse sulla mia tomba a darmi lagrime e fiori. Mi pare che le mie ossa fremerebbero di gioia!»

O amico, ecco le lagrime, ecco i fiori! Perchè l’immortalità è concessa solo al genio e non è dato all’affetto di rendere immortale l’affetto? Ho invidiato la rosa vermiglia che spuntava dopo poche settimane sulla sua zolla, al disopra del suo cuore, e che potrà dare sempre rose vermiglie alla sua tomba!

Riposa, la sua tomba, nel piccolo cimitero di Inverigo, a destra, appena varcato il cancello; riposa nella terra nativa che gli era tanto cara. E ancora gli danno ombra gli alti cipressi dalla chioma severa, ancora fremono intorno alla sua spoglia le brezze aleggianti dalla Grigna e dall’Albenza, ancora il Lambro mormora a’ suoi piedi la canzone eterna dell’amore e del dolore, la canzone della vita.

L’affetto per la Brianza, per Inverigo, e principalmente per la vecchia casa che sorge fuori del paese, sopra una piccola altura circondata di rosai e di olea fragrans, era vivissimo in Alberto Sormani, ed era quasi atavistico, unito a memorie vicine e lontane, compenetrato nei muri e direi nell’aria e nel cielo dell’antica terra feudale.

Da Missaglia, dove il conte Paolo Sormani moveva nel 1635 conducendo quattromila brianzuoli a sostenere l’assalto del duca di Rohan, venne poi la famiglia a stabilirsi nel territorio di Inverigo, ivi continuando le tradizioni patriarcali e di stretta vita intima che avevano da tempo surrogate le fiere gesta di Paolo Sormani.

Ma qualche cosa di ferreo e di severo restava ancora nel sangue dei Sormani della penultima generazione quando venne a portarvi una corrente di dolcezza nuova e quasi una forma più mite e più gentile degli antichi ideali, quell’angelo che fu la madre di Alberto Sormani. Nessuna penna è abbastanza delicata per descrivere il puro idillio che precedette la nascita di Lui; ma è con uno slancio di irresistibile simpatia, quasi di riconoscenza, che una penna di donna deve portare il suo tributo umile e modesto ma pieno di calore alla donna ammirabile della quale, morendo, tutti dissero: È salita al cielo una santa.