A dipingerla basterebbe una frase, una frase breve e sublime pronunciata una sera in cui per dedicarsi tutta al marito abbreviò le solite orazioni e si scusava con sè stessa e con Dio pensando che forse «Amarsi così equivale a pregare». Da parte di un’anima profondamente religiosa non conosco niente di più elevato, più umano, più squisitamente femminile di tale pensiero, ed è pure essa la donna che nell’attesa della maternità vi si iniziava con un fervore intimo e raccolto penetrata dal mistero altissimo, della missione di «preparare un’anima» come ella stessa diceva.
Per trovare nella storia una creatura che le assomiglia dobbiamo pensare alla madre di Lamartine, quale il grande poeta ce la descrisse nelle sue memorie dall’infanzia.
Come si intende che il figlio di una tale creatura debba essere Egli stesso un uomo eccezionale! Ho osservato molte volte che la maggior parte degli uomini grandi ebbero per madre una donna di speciale sensibilità.
Non ho tempo ora, nè sarebbe mio compito, il raccogliere dati in proposito; è però facile scorgere anche da un rapido esame che quasi mai il genio passa direttamente da uomo a uomo; sembra che la sua condizione di vita sia quella di maturare in un caldo e appassionato cuore di donna.
È questa pure la ragione più intima della mancanza di genio nella donna; ella può avere la diatesi del genio, cioè quegli elementi misteriosi e profondi che la destinano ad essere madre dell’uomo superiore, a cui il sesso darà i mezzi opportuni per esplicare la lunga ed occulta preparazione del grembo materno. Ed ecco pure una ragione per frenare le donne nella loro smania di produrre opere di mente; ogni conquista da esse fatta in questo campo è un furto all’uomo futuro.
L’eccezionalità benefica che aveva preparato la culla di Alberto Sormani in quel dolce nido di rose e di olea fragrans, che lo fece nascere da una famiglia distinta per ingegno e per virtù, in un ambiente di assoluta purezza e di moralità severa, lo accompagnò poi per tutta la vita. Morta appena trentenne l’angelica madre, Egli trovò nella seconda madre la continuazione delle stesse virtù; così che nel suo cuore l’adorazione per l’estinta si mesceva al più caldo, al più riconoscente affetto per la nobilissima donna che ne tenne le veci con tanta intellettualità amorosa, e che lo comprendeva, che sapeva seguirlo negli alti voli della mente, che — degna del doloroso compito — ne raccolse l’ultimo respiro.
Ma perchè la natura che aveva profusi nel formarlo i suoi elementi migliori, lo ritolse così presto alla sua gioia ed all’altrui aspettativa?.... Ah! l’ipocrita domanda del Fariseo, il commento volgare del poema altissimo. Ben sta a noi il piangerlo perchè siamo deboli e piccini, e perchè avendolo amato, non ci riesce di strapparci dagli occhi la sua immagine; ma che cosa deve rimpiangere la natura? Essa lo fermò a scopo ideale, non per lui, nè per noi, ma per tutti.
Che importa l’essere? Egli fu. Possiamo noi immaginarci il raggiante amico passato come una meteora nei nostri sogni, passato nella intatta bellezza dei vent’anni, possiamo immaginarlo invecchiare poco a poco, ingrassare, divenire padre di famiglia, consigliere municipale, deputato, ministro, «raccogliere il frutto delle onorate fatiche» e morire coperto di decorazioni e perpetuarsi nell’oltraggio di un monumento mal riuscito?
Ridi, Sfinge, ridi. Anche noi rizziamo il capo già curvo dai singhiozzi e teniamo alto il cuore davanti alla luce del suo ideale, che è la sola cosa che Egli amasse in terra, quella che non morrà.
Così non fiori tristi io reco sulla tomba dell’Amico, ma fiori di gloria, fiori olezzanti che ne recingano degnamente la fronte altera.