E rivivo dolcemente con Lui sui sentieri di Brianza che Egli percorse passo a passo, la mente piena di sogni.
Lo rivedo nella prima infanzia tanto giuliva, quando apriva gli occhi al mattino con quell’appassionato destarsi che la madre con una delle sue frasi felici descriveva così bene in una sua lettera; quando, primogenito adorato, era il sorriso della vecchia casa; quando la sua mente così attenta, così seria, veniva aprendosi via via a tutte le bellezze. Saluto i suoi primi, forse i suoi soli dolori, che non dovevano lasciare lunga traccia nell’animo infantile: la morte di un fratellino e la morte della mamma. Egli ha narrato questi episodî della sua puerizia in due bozzetti «Gita triste» e «Morticino» che sono un gioiello di spontaneità, di grazia, ma più ancora di quella sua dote specialissima che era la sincerità. — Poi le memorie della scuola, il collegio, il ginnasio, il liceo. Egli notava tutto. Poi l’Università a Torino, dove si era iscritto al corso di medicina, a dove era sempre mischiato ai crocchi nei quali c’era un’idea da discutere, gridando sempre più di tutti, esaltandosi, proclamando il trionfo di tutto ciò che è alto, tenendo conferenze, discorsi, arringhe, facendo anche delle stravaganze, ebbro della sua forte gioventù e del suo indomito idealismo, esercitandosi a quella potenza di attrazione e di dominio che lo designavano irresistibilmente al comando.
Le sue lettere da Torino spesso scritte a matita portano le date le più eccentriche: dalla Biblioteca — dalla sala di Clinica — dalla lezione di Anatomia — dai boschetti lungo il Po — dal Monte dei Cappuccini in una sera di luna. Ampia, ricca, esuberante esistenza la sua, dove la noia non trovava mai posto e di dove erano bandite tutte le occupazioni, tutti i pensieri volgari.
De’ suoi professori, di qualcuno de’ suoi amici di Università, serbava un ricordo appassionato e profondo.
Tornò a Milano nel 1891, affrontando il difficile problema di sapere come avrebbe meglio potuto dirigere le sue facoltà a servizio dello scopo umanitario che si era prefisso: aveva allora ventiquattro anni e gliene restavano due di vita....
Un sottile conoscitore degli uomini disse che la natura degli ingegni, la loro luce naturale e non il grado di forza, variabile come la salute, forma il loro vero pregio e la loro eccellenza. Vi sono cervelli luminosi atti a ricevere e a trasmettere la luce. Essi irradiano e rischiarano; la loro azione finisce qui. È necessario unire all’opera loro quella di agenti secondarî per darle efficacia. Così anche il sole fa sbocciare ma non coltiva. La tendenza verso il bene, la prontezza nell’afferrarlo e la costanza nel volerlo; l’intensità, la pieghevolezza dell’impulso, la vivacità e la giustezza degli slanci verso lo scopo indicato sono gli elementi che formano combinandosi la tassa intrinseca dell’uomo e che determinano il suo valore.
Tale era Alberto Sormani; un ingegno irradiatore e rischiaratore; una volontà pronta, elastica, tutta di slancio. Se si tien conto degli uomini nulli che l’occasione trasforma in eroi, è pur giusto valutare alla loro stregua ideale gli uomini a cui l’occasione manca, che non hanno la fortuna di poter lanciare una pietra o una parola nel momento opportuno, ma che lanciano continuamente dal fondo delle loro anime superiori ininterrotte scintille di luce, che sono quasi polle aperte nella mediocrità umana perchè i migliori possano dissetarsi e ritemprarvi le loro aspirazioni.
E però negli ultimi due anni, Egli trovò modo di impiegare anche le facoltà dell’azione e datosi con quella foga entusiastica che gli era propria alla fondazione del giornale l’Idea Liberale vi trasfuse tanta parte della sua mente e con tanta genialità di forma, giovanile arditezza e calore di persuasione che non solo gli crebbero intorno gli ammiratori e gli amici, ma gli stessi avversarî tenne in rispetto. Originale, audace, paradossale qualche volta, elevato sempre e largo nel volo, affrontò gli argomenti i più disparati, forte di una dialettica seducente e di uno stile limpido e sicuro.
Le questioni morali e sociali lo interessavano in prima linea, ma Egli sapeva con pari fortuna svolgere un tema d’arte, dotato come era di un gusto squisito che non lo ingannava quasi mai. Mostrò pure di possedere in un grado sorprendente la finzione poetica con quell’articolo sopra un Wirdtel immaginario che sbalordì tutti i suoi amici e più ancora coloro che, avvezzi a conoscerlo sotto il punto di vista di un positivismo pratico, non potevano supporgli uno sfondo di dilettantismo. Ma egli possedeva, l’ho già detto, un temperamento ricco fino all’esuberanza, complicato di innumerevoli filoni dove la vena aurifera predominava senza escludere le altre.
L’Idea Liberale promulgata da una piccola schiera di giovani intelligenti, nata a lottare sopra un terreno aspro e impreparato, contro un nemico forte dell’ora propizia e del numero, con scarsi mezzi, senza esperienza e pochi aiuti, rappresentando la battaglia dei meno contro i più, doveva necessariamente tentare il suo ingegno ardimentoso; ed Egli vi si slanciò con incredibile entusiasmo, con quella dedizione eroica e febbrile che nessuno può immaginare di coloro che non lo hanno intimamente conosciuto: perchè non prendere nè cibo, nè sonno e non riposarsi mai, sono frasi di cui parecchi fanno uso per accentuare una piccolissima attività; ma Egli veramente era riuscito ad eliminare dalla sua vita ogni cura materiale, tutto prono al suo ideale di spiritualismo ardente, di propaganda del pensiero.