La morte lo colse sulla breccia, a tradimento. Non sogliono morire così gli eroi?

Molte volte, trovandolo sordo ai consigli dell’amicizia, confidai in qualche saggio ammonimento della natura per frenare l’eccesso del suo zelo. Pensavo nella mia lunga e malinconica esperienza: vivrà, saprà! Invece non visse e non seppe; scese nel mistero della tomba tutto intero, senza avere lasciato ai rovi del cammino un lembo solo del suo ideale, senza menomarsi, senza concedere senza piegare. Non flectar potrà dire la sua ombra grandiosa affacciandosi sulla soglia dei regni bui.

Ed ora che cosa spero io da queste pagine? Gloria per Lui? Fama per me? No. Non spero, non desidero che amore per tutte le alte idealità che Egli ha amate, perchè esse continuino invisibili e sparse ad alimentare la grande anima umana. Mi sembra di interpretare in tal modo il più profondo de’ suoi desideri, quello che deve essergli rimasto prima di spegnersi nell’ultimo raggio della intelligenza, quello a cui pensava forse scrivendomi in uno di quei lampi presaghi che ora non posso rammentare senza una commozione che rasenta il terrore: «Qualche volta la morte può rendere eterno ciò che la vita avrebbe consunto ed ucciso.»

Così, in queste pagine dedicate all’opera di pace che Egli sempre promulgò e sostenne[1], risuoni ancora una volta la voce di Alberto Sormani, ad altre lotte ad altre guerre eccitando che non sieno le stragi fratricide del passato; risuoni nel cuore dei forti, memento e stimolo alla unione superiore che Egli vagheggiava fra gli uomini di buona volontà; risuoni eziandio per coloro che temono e paventano.

Alberto Sormani, il prode caduto nelle battaglie dell’ideale, solleva dal sepolcro la bellissima testa e dice a costoro:

«Non è la terra una valle di lagrime

«Ma un monte luminoso da salir.

«Si cade. Non importa. Altri rimangono

«E ascendon l’erta con novello ardir.

UN NOME CHE RISORGE.