Lettere di vero amore, ardenti e delicate, quelle di Mazzini a Giuditta: «Io ti benedico non una, ma mille volte; o angelo di consolazione, tu sei la mia vita; il resto non è che dolore e tristezza», così scrive il baldo giovane alla donna che ha sì biondi capelli e bruni occhi incantatori; mia quando, vecchi entrambi, ella agonizza lontana, le scrive ancora non aver mai cessato un momento di pensare a lei.
L’amor di patria che tanto aveva contribuito a unire indissolubilmente queste due nobili creature fu pure la cagione d’ogni loro amarezza per le continue persecuzioni e i bandi in una esistenza agitata, piena di sorprese e di pericoli. La Sidoli soffriva anche per la lontananza dei figli e tale sofferenza, accettata nei primi tempi come momentanea, aumentando vieppiù i figli crescevano in età, ella si adoperava affinchè le fosse concesso di tornare in patria. Questa decisione la obbligava a separarsi da Mazzini sempre proscritto, ma per quanto egli ne soffrisse e di ciò tenesse parola colla madre e cogli amici il sentimento che faceva agire la sua amica era troppo legittimo e coscienzioso perchè egli, l’autore dei Doveri, potesse nemmeno pensare a contrastarlo. Non fu il più lieve dei sacrifici che quei due nobili cuori compirono insieme. Il decreto però che doveva far rimpatriare la Sidoli non veniva ed ella per portarsi almeno vicina alla sua prole tentò di soggiornare a Parma dove, tollerata dal Governo indolente di Maria Luisa, rimase alcuni anni ottenendo tratto tratto il permesso di una corsa a Reggio per abbracciare i figli, ma scortata dai gendarmi e vigilata come un malfattore finchè, assolta in collegio l’educazione delle figliuole, potè finalmente, secondata dal desiderio stesso delle fanciulle, averle presso a sè.
Non era tuttavia la pace. Morta Maria Luisa nel 1847 le succedette quel tiranno di triste memoria che fu Carlo III e le condizioni pubbliche peggiorarono. L’amicizia della Sidoli con Mazzini la rendeva oltremodo sospetta, si violava il segreto della sua corrispondenza, i suoi passi erano spiati e riferiti all’autorità suprema; fu sottoposta a perquisizioni e per quanto ella avesse saputo sottrarre destramente le carte più compromettenti, venne arrestata e chiusa nella prigione di S. Francesco in Parma.
Non per questo la forte donna si lascia abbattere, ma solo preoccupata delle figlie che aveva dovuto abbandonare, è lei che infonde a quelle magnanimità e coraggio mostrandosi perfettamente tranquilla, ripetendo loro le più tenere frasi d’affetto materno, consigliandole a vivere nei giorni di prova come se fossero sempre insieme. Dice ancora: «Vi confesso che l’essermi sentita chiudere l’uscio dietro non mi diede quel senso molesto che potete pensare. Mi riesce invece insopportabile il vedermi aprire la porta a voglia altrui». Delicatezza di donna e di signora che le mie lettrici comprenderanno bene.
Liberata dal carcere è bandita anche da Parma; ripara in Svizzera per la terza volta, ma portando con sè le figlie tanto amate.
Durante questi anni Mazzini scriveva alla madre: «Vorrei vi giungessero nuove della mia Giuditta. Ci penso spesso e ne sogno» ed all’amico Elia Benso: «Non ho più riveduto Giuditta; abbiamo dovuto rompere ogni corrispondenza perchè le era apposta a delitto». E ancora alla madre: «La lettera di Giuditta che mi trascrivete mi è stata cara, cara. Ditele quanto mi fu cara e che l’amo come l’amavo; ditele che sotto questo cielo di Londra vivo più concentrato che mai, vivo d’anima; nella mia anima essa è scolpita ed io, lontano, parlo, penso vivo con lei».
L’ultimo pellegrinaggio di Giuditta Sidoli fu per prendere definitiva dimora a Torino, movendo verso una vecchiaia serena, circondata dalle figlie spose e dai nipotini che l’adoravano. Se qualcuno, verso il 1870, vedendo passare sotto i portici di Po una signora distinta, dal portamento eretto, bella ancora nella aureola dei capelli bianchi e delle vesti abbrunate, chiedeva al vicino: Chi è?... udendone il nome si fermava riverente e commosso quasi sentisse passargli vicino il grande spirito di Giuseppe Mazzini.
L’AMORE CHE NON MUORE
Vi è un’ora, la più dolce e insieme la più malinconica, ora che volge il desìo non solo dei naviganti ma di tutti coloro che i flutti della vita solcarono nel lieve burchiello del destino. Dolce e melanconica ora del vespero sopra ogni altra contemperata di sogni e di nostalgie! Tutti i poeti la cantarono, tutti gli amanti la vissero. La prima falce di luna che tra le affaccendate opere del giorno e i silenzi della notte pone la sua parentesi d’argento sa quanti cuori aspettarono quest’ora, quante ombre radettero i muri, quanti femminei petti balzarono nell’attesa di un passo.... di un uscio che si apre....
È certamente in quest’ora che l’appassionata Marcellina Desborde-Valmore cantava con tutto lo schianto della donna abbandonata: