Sono stanco, aveva detto Lui, che non si confessava stanco mai, mai scoraggiato, mai dômo. Lo guardai in viso e mi parve mesto. Soggiunse: — ho gran bisogno di andare in campagna. — Mi afferrai a questa speranza, esortandolo a partire subito, persuasa che nel suo dolce Pomelasca si sarebbe riavuto prontamente. Poi parlammo d’altro.

Calava la sera, pesante. La stanza riempivasi d’ombre; i due rettangoli delle mie finestre si aprivano alla luce smorta dei fanali, nella via poco frequentata. Gli era cara quella oscurità crepuscolare e per fargli piacere indugiai ad accendere la lampada. Nell’ambiente bigio udivo la sua voce senza quasi vederlo; ah! non era la solita voce potente dallo squillo di bronzo ben temprato; aveva come un velo.

Egli attendeva in quei giorni alla traduzione francese dell’Ultima passeggiata, che avrebbe mandata all’Ermitage, ostinandosi a cercare una parola che non fosse banc per tradurre sedile. Gli dissi che se non l’aveva trovata lui, io non la troverei certamente. Insistette perchè avessi a cercarla e glielo promisi. Mi veniva intanto alla mente «Le banc de pierre» la soavissima romanza di Gounod che ha tanti punti di contatto coll’Ultima passeggiata. Avrei voluto potergliela ridire, ma era impossibile.

Non si riusciva quella sera a entrare in un discorso seguito. Ogni tanto uno di noi lanciava una parola che sembrava cadere e frangersi contro un ostacolò invisibile. La sua attitudine scorata mi disorientava nel modo più assoluto. Pensai di leggergli un breve lavoro del quale Egli aveva già approvata la tesi.

L’abitudine di leggere insieme eragli molto cara. Quando leggeva, leggeva bene, e quando ascoltava, ascoltava anche meglio. Il suo volto intelligente e serio prestavasi ad una attenzione intensa; c’era tanta simpatia nel suo sguardo avido di intellettualità che una corrente si stabiliva subito fra il pensiero di chi leggeva e il suo. Intendeva a volo, gustava prontamente; un leggerissimo movimento della bocca tradiva solo la sua approvazione che restava interna, come un piacere che volesse trattenere, mentre la parola di biasimo gli usciva ratta e decisa. Ma anche la lettura quella sera non andò. Alzando gli occhi lo vidi pallido, con un aspetto sempre più affaticato. Chiusi il manoscritto, sentendomi invasa io pure da un malessere.

Mentre cercavo fra me che cosa avrei potuto dire al mesto amico, il paralume della lampada che avevo accesa allora, prese fuoco. Ci alzammo tutti e due per spegnerlo e quando il pericolo fu finito, Egli mi spiegò concitatamente come dovevo fare per evitarlo un’altra volta. Poi ricadde nel silenzio.

Un odore di bruciaticcio persisteva nella stanza; dalla lucerna tutta nuda diffondevasi una luce antipatica che volli palliare in qualche modo. Egli mi pregò a desistere soggiungendo ch’era già tardi. E restammo così, seduti di fronte, con quella luce sfacciata e malinconica ad un punto. Ma ogni cosa era malinconica quella sera.

Disse: È l’ora.

Io pensai ancora disperatamente che non dovevamo lasciarci a quel modo, che avevo una quantità di cose da dirgli, solo non le ricordavo più, ma perchè non le ricordavo? Anch’Egli sembrava aspettare o cercare qualche cosa. Si alzò, ma non si mosse.

Vidi sul tavolino dei versi per nozze e volli darglieli. — Per far che? — Egli chiese con un sorriso stanco, molto triste. E il sorriso che gli corrisposi fu più triste ancora, perchè l’ombra cresceva dentro di me; mi mancavano ormai anche le parole.