Ci fermammo in piedi davanti al caminetto. L’uscio era lì dietro a noi, l’uscio che doveva aprirsi e chiudersi per sempre sull’amico. Disse ancora: — È tardi nevvero?

Oh! come sentivo la fuga irrimediabile del tempo. C’è un dramma del Maeterlink intitolato «L’Intrusa» dove si vede la morte che passeggia in mezzo ai vivi, suscitando nello spettatore un misterioso turbamento. Ebbene, quel turbamento io e Lui lo abbiamo veramente sentito: io e Lui, non spettatori ma attori della fatale tragedia.

Disse finalmente: Vado.

Allora non trovando più argomenti lo supplicai con gli occhi. Ci guardammo così per alcuni istanti in un modo incredibilmente angoscioso. Nel suo volto pallidissimo l’occhiaia larga e profonda sembrava accogliere un fuoco spento. Tutto doveva accadere come accadde, con uno schianto interno e muto del quale nessuno di noi due sapeva darsi ragione. Ci salutammo colle solite parole: la stretta delle nostre mani non fu nè più intensa, nè più prolungata, ed Egli partì!

Udii sbattere la porta, giù abbasso, udii il suo passo nella via deserta. Mi affacciai alla finestra e quando Egli alzò il capo gli replicai la buona sera.

— Buona sera — rispose, e la sua voce — la voce che non dovevo udire mai più — salì, si disperse nella notte quieta.

Di nuovo la tristezza mi prese con singolare violenza, con un affanno, una inquietudine, una specie di rimorso, e con un terrore ignoto che mi fa domandare anche adesso se realmente i presentimenti esistono, se un filo misterioso tante volte spezzato e sempre rinascente non ci comunica qualche volta i segreti del mondo ultrasensibile.

Sono passati quasi cinque anni ed ho ancora davanti l’angoscia inesplicabile di quella sera. Inesplicabile? Non so. Chi oserebbe affermarlo poichè due settimane dopo Egli era morto?

Prima di parlare di Alberto Sormani, del suo ingegno, de’ suoi ideali, della sua opera, ora che già dissi come lo perdei, mi è di malinconica dolcezza rammentare in qual modo lo conobbi.

Nell’inverno del 1890 ero molto debole, convalescente, per cui vivevo ancor più rinchiusa e solitaria del solito, non ricevendo che gli amici intimi. Una lettera che trovai alla mia porta mi sorprese e mi occupò qualche giorno per un non so che di strano, direi meglio di originale, che trapelava dalla scrittura alta e ferma, quale i grafologhi attribuiscono al genio ed all’orgoglio; dallo stile, dalle idee, da una audacia nuova e altera. L’ignoto scrivente mi apriva una disputa sul mio romanzo, l’Indomani, lusingando il mio amor proprio di autore e mostrando un ingegno acuto; ma io ero debole, malata, e poi non ho mai avuto passione per la polemica; infine, l’esperienza mi aveva raffreddata sulla maggior parte di queste lettere di ignoti che ci destano un palpito così soave per lasciarci, più tardi, una amarezza di più. Mandai una carta di visita in forma di ringraziamento e non ci pensai altro.