Invece però delle desiderate gioie domestiche l’ammiraglio è chiamato a nuove campagne. La gloriosa giornata di Trafalgar si prepara nel mistero di quell’avvenire che egli aveva diversamente invocato.
Il 21 ottobre 1805, poche ore prima che tuonasse il cannone, Nelson incomincia il suo testamento, con una preghiera a Dio; poi raccomanda in caso di morte al Re e all’Inghilterra le sorti di lady Hamilton e della piccola Orazia. Infine termina con parole d’amore esaltato alla sua adorata Emma; ma la lettera rimase incompiuta. Chiamato dal primo colpo di cannone, l’ammiraglio prese il suo posto di avanguardia e poco meno di un’ora dopo cadeva colpito a morte.
Nelson non era più, ma aveva salvato l’Inghilterra.
Emma, che non seppe mai reggersi da sola, privata di appoggio rovinò rapidamente verso l’estrema miseria. I suoi ultimi anni furono un continuo combattimento coi creditori. Non potendo persuadersi di un crollo così completo della sua fortuna, ella che aveva brillato alla corte di Napoli come stella di prima grandezza, che possedeva ottocento lettere della ex regina, che aveva arringato le folle ed era stata arbitra del cuore di due grandi uomini aspettava ancora, aspettò sempre una ricompensa che le sembrava dovuta. Si illudeva anche di avere diritto, dopo la sua morte, ad essere sepolta in San Paolo accanto a Nelson. Nientemeno! La incoscienza più assoluta accompagna questa donna fino all’ultimo. Scacciata di casa in casa per mancato pagamento di pigione, non cessa di far baldoria come può. Incarcerata per debiti dirama inviti per commemorare a suo modo lo anniversario della battaglia di Aboukir, cioè a tavola. «Venite (ella scrive agli amici) noi beveremo alla sua (di Nelson) memoria gloriosa».
Alcune persone caritatevoli si unirono per pagarle i debiti e trarla fuori di carcere. Poco tempo dopo ricadeva e nei debiti e nella prigione. Fu allora consigliata di lasciare l’Inghilterra. Si ridusse infatti a Calais dove morì nella più squallida miseria a cinquantatre anni.
Mai cicala cantò più alto nei meriggi ardenti, e qual cicala cadde a sera Emma Lyon, sparendo da quel mondo dove aveva fatto tanto rumore senza lasciare nessun rimpianto. Il bel corpo che fu suo vanto, sua fortuna e suo disonore insieme si dissolvette sotto le zolle di un piccolo cimitero grigio, desolato, abbandonato; e la sua memoria, se mai si aggira ancora intorno alla eccelsa colonna di Trafalgar square è per mettere un’ombra sulla fronte del grande Nelson.
I TRAVESTIMENTI NEL SECOLO XVIII
Molti anni or sono s’avrebbe potuto incominciare questo articolo così: «Ora che si avvicina il carnevale non è forse fuori di proposito parlare di travestimenti», ma a quest’alba del millenovecentoundici l’argomento è già passato nel dominio della storia e a voler trarnelo fuori occorre far opera di esumazione coi suoi bravi documenti alla mano.
Il travestimento carnevalesco fu l’ultimo guizzo di una consuetudine che nei tempi andati non aspettava il carnevale per manifestarsi. Non era forse un travestimento l’abito maschile che una fra le più belle eroine di Walter Scott si imponeva per scorrere inosservata sui montuosi sentieri della Scozia? E nemmeno sola, perchè leggendo le avventure di tempi anche più lontani ci incontriamo sovente in donne che dovendo affrontare i pericoli di strade mal sicure e di alloggi problematici si mettevano al coperto delle insidie sotto apparenze virili. Con un mantello sulle spalle e un cappellaccio calcato sugli occhi si sentivano protette. L’ombra del maschio le difendeva. Una donna sola in quelle età remote non avrebbe potuto percorrere cinque miglia senza incappare in qualche spiacevole avventura. Come devono riderne le emancipate miss americane che attraversano mezzo mondo in gonnella corta, nevvero?
Nata da un vero bisogno nei secoli più rozzi questa moda, diremo così, di vestire abiti maschili appena le circostanze potevano offrirne il pretesto rimase a lungo nei costumi delle donne e prese vaste proporzioni nel periodo del romanticismo.