Ora bisogna andar fino a Oberammergau per incontrarvi sotto la forma di funzione religiosa ciò che rimane ancora di questa passione antica.
Non si potrebbe tacere, poichè ho accennato principalmente al secolo XVIII, colui che vi tenne un posto singolarissimo per questo, che avendo portato durante quarant’anni le insegne d’uomo ed essere stato capitano dei dragoni, dottore in diritto civile e diritto economico, avvocato, ambasciatore, ministro plenipotenziario, si confessò improvvisamente donna, vestì da donna e donna morì. Ma questa bizzarra istoria mi porterebbe troppo lontano. Dirò come la sultana Scheherazade al suo signore «Se permettete, sarà per un’altra volta».
Per la bonne bouche tuttavia voglio tracciare alle mie lettrici il breve schizzo di una donna vestita da uomo che ebbi occasione di conoscere a Parigi nella scorsa primavera. È russa. Chi sia veramente non si sa. Si fa chiamare Nikto e questo nome di guerra appariva appunto in quei giorni sui manifesti di un concerto — il concerto Nikto. Coi suoi capelli bianchi foltissimi, corti e ben pettinati, vestita con inappuntabile eleganza maschile, il piccolo piede imprigionato in due stivaloni che le salivano fin presso il ginocchio, la piccola mano nervosa e ferma, il volto intelligente, fine, un po’ beffardo, senza rughe, di una freschezza sana fra la tinta sobria della cravatta e il candore dello sparato, ella era un monsieur molto interessante e mi trovavo sempre imbarazzata quando dovevo rivolgerle la parola. Monsieur?.... Madame?...
— Appelez-moi Nikto — mi disse colla sua voce sicura benchè bassa e un poco velata.
Ultima traccia del romanticismo in quella città medesima che del romanticismo vide le più ardenti battaglie, o pioniera delle nuove aspirazioni femministe?....
Chi lo sa!
IL CASO STRAORDINARIO DEL CAVALIERE D’ÉON
(Ancora dei travestimenti del secolo XVIII)
Si sa che il romanzo storico non è più di moda, ma la storia stessa ci offre talvolta avventure così bizzarre da disgradarne la fantasia di qualunque romanziere. Tale l’intreccio di casi che io mi farò ora a narrare sulla scorta di una pubblicazione uscita a Bruxelles nel 1837 documentata da materiali autentici estratti dagli Archivi degli affari esteri.
Nasceva a Tonnerre, piccola città del dipartimento della Yonne, il 5 ottobre 1728 un bambino che i registri della parrocchia attestarono figlio del nobile Luigi d’Éon de Beaumont e che fu battezzato coi nomi di Carlo Genovieffa Luigi Augusto Andrea Timoteo. (Carlo era il nome del padrino e si capisce che solo per non far torto alla madrina, che si chiamava Genovieffa, imposero al bimbo fra cinque nomi maschili, anche questo femminile).
Il bimbo crebbe sano e sbarazzino come tutti gli altri, entrò in collegio, prese il diploma in ambe le leggi e appena laureato divenne segretario di un signor Sauvigny amico della sua famiglia e intendente militare a Parigi. Fu allora che gli si sviluppò la passione delle armi nelle quali si rese presto celebre, senza pregiudizio delle lettere, da lui pure coltivate con discreto successo, nè della vita mondana condotta di pari passo alla scapigliata gioventù del suo tempo «società variopinta, mosaico ambulante, unione di bene e di male dove le coscienze erano fatte a pezzi e bocconi e dove ogni uomo portava il vizio e la virtù cuciti insieme nello stesso vestito».