Non bisogna mai dimenticare l’ambiente quando si vuole studiare un individuo. Sembra tuttavia che il cavaliere D’Éon conservasse una certa ingenuità provinciale fra le corruzioni di Parigi. Anche il suo aspetto era dolce e delicato; aveva lunghi capelli biondi, occhi azzurri, un piccolo piede, la vita sottile ed il labbro appena adombrato di un velo d’oro sottile come la peluria di una pesca.

Egli toccava poco più di vent’anni quando una sera, in un crocchio di gentiluomini e dame della Corte, fu deciso di andare tutti insieme a un ballo in costume che il re dava a Versailles, e poichè ognuno cercava il proprio travestimento e D’Éon, imbarazzato, non diceva nulla, venne proposto a unanimità per quel bel ragazzo biondo l’abito di donna. C’era presente una graziosa contessa che offerse subito uno de’ suoi. D’Éon doveva poi confessare nelle sue «Memorie» essere stata quella la prima donna che gli fece battere il cuore. Ma lo aspettava ben altro nelle splendide sale della reggia dove trovavansi adunate le ricchezze e il lusso della Francia intera.

Luigi XV, il cui regno fu dall’arguta malizia del grande Federico diviso in tre epoche — Gonnella I, Gonnella II, Gonnella III, — si trovava alla seconda gonnella, la marchesa di Pompadour e, manco a dirlo, fra due schiere di cortigiani proni la bella favorita incedeva in quelle sale con sicurezza da regina, sfolgorante di gioielli; mentre il monarca annoiato, apatico, sembrava guardare con indifferenza lo svolgersi delle danze, e le beltà in aspettativa ansiose di succedere alla Pompadour. I suoi sensi spossati, la sua immaginazione intorpidita gli rendevano sempre più rara la vibrazione del desiderio. Ma a un tratto il suo sguardo si anima, la sua attenzione segue con curiosità nuova una bionda giovinetta che gli appare diversa dalle altre, fine ed energica, delicata e forte, con un mistero inafferrabile diffuso in tutta la persona, quasi un profumo di fiore esotico, di cosa rara.

Il re chiama il fido Lebel, il triste ministro de’ suoi piaceri, e gli chiede se conosce quella fanciulla. Lebel non la conosce, ma allontanatosi pochi minuti per raccogliere informazioni, ritorna annunciando che è una signorina di provincia venuta alla festa insieme alla contessa di Rochefort, al duca di Nivernay e al conte Du Barry. Questo conte Du Barry, che era un pessimo soggetto, apparve al re ed al suo segretario quale via già pronta e tracciata per giungere alla colombella. Il piano è subito stabilito. Lebel non durerà molta fatica a far smarrire la fanciulla in uno dei tanti corridoi del palazzo e il resto verrebbe da sè.

Un occhio tuttavia più acuto di quello del re, più interessato a guardare che non quello di Lebel, aveva seguito ogni gesto del complotto; era l’occhio vigile di madama di Pompadour, sempre aperto, sempre in sospetto. Poichè tutti quei raggiri le erano ben noti e ben sapeva dove andavano a finire i conciliaboli del re col suo segretario e cameriere intimo, non sospetto, ma certezza le scatenò in seno tutte le furie della gelosia. Da galeotto a marinaro, ideò ella pure, immediatamente un piano di difesa. Fra i suoi privilegi eravi una chiave degli appartamenti del re e decise di servirsene subito. Fu così che quando l’infame Lebel avendo incontrato la fanciulla smarrita nei labirinti del palazzo la spinse a tradimento nelle camere segrete; ella, o a meglio dire il cavaliere D’Éon, si trovò di fronte, altera, corrucciata, furibonda, la marchesa di Pompadour!... Equivoco dei più buffi, nel quale il giovinotto si trasse di impaccio a tutto suo profitto, dicesi, placando la collera gelosa della favorita colle prove più convincenti del granchio preso.

Il raccoglitore di queste «Memorie» si ferma forse con troppa compiacenza sui particolari di un abboccamento che dovette certo essere interessante, ma che non ebbe testimoni. I costumi del secolo, è vero, autorizzano ogni supposizione per quanto ardita. D’altra parte la tentazione dovette essere forte, gli scrupoli leggieri e l’occasione oltre ogni dire propizia.... Comunque, quando poco tempo dopo entrò il re, la marchesa potè accoglierlo con una clamorosa risata presentandogli non senza sarcasmo sotto le vesti femminili che lo avevano tratto in inganno il signor cavaliere D’Éon. Sua Maestà prese lo scherzo in buona parte e per quella volta tutto finì lì. Questa farsa tuttavia non era che il principio di un lungo dramma.

Poche settimane erano trascorse allorchè il cavaliere D’Éon fu invitato a presentarsi dal principe di Conti, che egli conosceva già per avere praticato insieme qualche scorreria sui fianchi del Parnaso, ed al quale si sentì annunciare a bruciapelo l’intenzione di Luigi XV di spedirlo in Russia per una missione diplomatica di speciale importanza che lui solo poteva compiere. Sorpreso, sbigottito, eppure già vellicato dalle carezze dell’ambizione, il giovinotto fu portato di nuovo alla presenza del re per avere più ampie e dirette spiegazioni.

Ecco di che si trattava. Prossima alla guerra dei sette anni, la Francia trovavasi allora in contestazione con quasi tutte le potenze d’Europa; la Russia stessa, amica dapprima e alleata desideratissima, si era posta in grande freddezza, freddezza sostenuta da Bestucheff, cancelliere, senatore e favorito della imperatrice Elisabetta, nemico giurato dei francesi. Invano i ministri di Luigi XV avevano tentato di spedire messi a Pietroburgo muniti di autografi del re per la stessa imperatrice; erano stati tutti respinti al confine. L’ultimo che vi si era arrischiato giaceva da un anno carico di ferri nella fortezza di Schlusselbourg.

Stando le cose a questo punto, Luigi XV, che serbava l’impressione assolutamente ingannatrice del cavaliere D’Éon in femminili spoglie, aveva concepito l’audace progetto di spedirlo così travestito in Russia, visto che Bestucheff delle donne non diffidava, e farlo giungere fino al trono della imperatrice.

La proposta a tutta prima dovette sembrare al cavaliere D’Éon una poco decorosa mascherata, ma la prigione di Schlusselbourg che si rizzava minacciosa in fondo alla gaia prospettiva era anche fatta per solleticare il suo amore di gloria e di combattimento. Accettò. Siccome una fanciulla a quei tempi non poteva viaggiare sola ed era prudente fortificare la mina che si voleva introdurre in paese straniero, fu scovato fuori uno scozzese, un nobile Douglass, persona fine, intelligente, istruita, che possedeva inoltre sufficienti cognizioni mineralogiche utilissime a fornire il pretesto di una escursione scientifica. Lo si incaricò delle osservazioni esterne e delle esplorazioni politiche, mentre la damigella D’Éon, sua nipote, doveva introdursi nella reggia e consegnare nelle proprie mani dell’imperatrice le istruzioni segrete che il re di Francia aveva scritte di suo pugno sopra diversi fogli di carta sottile, parte nascosti fra una doppia suola delle sue scarpette, parte nel cartone del libro da messa.