Giorgio III si afferrò ad una versione che rialzava il suo amor proprio ferito e scrisse a Luigi XV per sapere tutta la verità su questo mistero del suo ex ambasciatore; ma scrisse pure il confidente della regina implorando l’aiuto di una parola che ne salvaguardasse l’onore. Posto così fra il re e la regina, dovendo verità all’uno e galanteria all’altra, Luigi XV dibattè l’aneddoto salace fra consiglieri intimi dove si venne alla conclusione che dichiarando il cavaliere D’Éon femmina si rendeva servizio a tutti e due. Vennero quindi spediti subito a Londra i documenti, lettere, messaggi ecc., relativi al soggiorno della damigella D’Éon in Russia e al posto che ella vi aveva occupato per un certo tempo di lettrice di S. M. Elisabetta. Giorgio III si affrettò a comunicare la singolare scoperta a’ suoi amici e in un baleno la seppero la Corte prima, tutta Londra poi. Il solo che non sospettasse nulla era D’Éon.

Da ogni parte intanto, poichè siamo in Inghilterra, sorgono scommesse. Chi punta per l’uomo, chi per la donna. La sua sessualità diventa un affare di borsa, si arrischiano somme favolose, si giuoca sopra di lui all’alta ed alla bassa. Quotato come una rendita, negoziato come un titolo, diventa una lotteria ambulante, il centro di mille curiosità ingorde di scandalo. Eccitato, disgustato dalla incredibile sarabanda che gli danza intorno, il cavaliere D’Éon distribuisce colpi di spada e colpi di bastone così virilmente assestati che la fiduciosa tranquillità di Giorgio III torna ad essere scossa. Per tal modo e molto involontariamente ribadisce egli stesso la propria catena. Essendo in giuoco l’onore di una regina, l’amor proprio di un re e la parola del suo proprio re, D’Éon non può più essere uomo, non lo deve.

Comunicazioni segrete incominciarono a preparare il disgraziato alla sua nuova sorte. Invano egli si ribella, prega, scongiura, promettendo qualunque sacrificio si voglia da lui ma non di abbandonare l’abito sotto il quale ha servito la Francia e si è battuto da valoroso, l’abito al quale lo legano diritti di natura e diritti di conquista. Al punto in cui si trovavano le cose era impossibile retrocedere. D’ordine di Luigi XV al cavaliere D’Éon fu significato dovere egli riprendere le vesti femminili per il rimanente della sua vita. Alle sue lagrime, alla sua disperazione, si concede solo la facoltà di portare (ironica mascherata) la croce di San Luigi. Dopo altre vane resistenze l’amaro calice fu vuotato e una sera di novembre dell’anno 1777 il cavaliere D’Éon scomparve per sempre sostituito dalla chevalière D’Éon.

E basta, nevvero? Il romanzo sembra terminato, ma non è terminata la storia. Quella Nadège che egli credette morta, nascosta dalla vendetta dell’imperatrice in una fortezza dove nessuno era riuscito a scoprirla, aveva potuto dopo quindici anni di prigionia evadere e con sforzi inauditi raggiungere l’uomo da lei sempre amato... ritrovandolo donna. Ecco dunque una nuova combinazione crudele, di quella crudeltà mista di buffoneria che aggiunge allo strazio l’insulto dello scherno. Ancora, attaccandosi a un filo di speranza, D’Éon fece pratiche presso il governo succeduto a Luigi XV affinchè nell’intento di unirsi alla sua antica fidanzata gli fosse permesso di riprendere il suo posto di maschio. Sarebbe stato troppo però, anche per un governo che non aveva paura delle metamorfosi. Il capitano dei dragoni, il dottore in diritto canonico e diritto civile, il censore reale per la storia della letteratura, l’ambasciatore in Russia, il ministro plenipotenziario di Francia e d’Inghilterra, la migliore spada del suo tempo, il vincitore di venti duelli trasformato in donna doveva restare donna. E visse ottantatre anni!!....

Per molto, molto tempo, si videro a Londra due povere vecchie uscire insieme rientrare insieme; una curva dagli anni appoggiata ad una canna col pomo d’avorio portava sul petto la croce di San Luigi; l’altra un po’ meno anziana, dava il braccio alla compagna che vi si abbandonava confidente. Erano il cavaliere D’Éon e Nadège.

L’ULTIMO MADRIGALE ALLA MARCHESA DI SÉVIGNÉ

Come è stato? Così.

Non sono collezionista. Tuttavia, quasi senza accorgermene, venni a poco a poco radunando un certo numero di ritratti di belle donne, infinitamente più interessanti, a mio credere, che non le cartoline e i francobolli. Qualcuna di esse è celebre per la sola bellezza, qualche altra per nascita cospicua, avventure o singolare ingegno; ma di tutte interessandomi in special modo la femminilità, senza curarmi d’altre distinzioni, ho domandato scusa fin dal principio alla nobile principessa di Lamballe per averla messa insieme alla bella Otero, ed ella mi perdonò indulgente e benigna qual si conviene a chi nasce da sangue sabaudo.

Sdegnoso invece è lo sguardo che dall’alto del suo gran collare mi lancia la marchesa Durazzo nel quadro di Van Dyck e la sua esile manina di patrizia, stringendo il ventaglio chiuso, m’ha tutta l’aria di essere pronta a batterlo sul viso dell’impertinente che le mancasse di rispetto. Terribili queste dame di una repubblica!

Atteggiata in una immobilità che vorrebbe essere severa, anche le larghe pupille di Bianca Cappello mi guatano sospettose; oh! ma di essa non mi curo, la conosco troppo bene; questa Draga del rinascimento non mi ha mai avvinta al suo carro. Quanto è più leggiadro al cospetto il morbido profilo di Lucrezia Aguiari detta la bastardina, che le ore segrete rallegrò di un Papa!