poesia di decadenza, imputabile più che ad un solo uomo alla corrente dissolvitrice di un periodo di transazione.
Naturalmente la musa del cavalier Marino sollevò il turibolo dei suoi incensi alle più ardite iperboli per ingraziarsi sempre più la benevolenza della regina. Migliaia di versi contano le sue bellezze una ad una: gli occhi di luce così possente che: «ammolliscono la durezza degli scogli» il labbro «chiude in poco spazio un paradiso» il seno «valle di gigli ove passeggia aprile» e quando parla del naso dice: «sorge nel mezzo del viso un edificio bianco.»
L’assassinio di Enrico IV compiuto dalla mano di Ravaillac pone fine ai madrigali galanti, ma non rende ingrato il cavalier Marino che alla tragica vedova sua benefattrice dedica ancora in elogi e rimpianti i frutti migliori del suo poetare.
Maria, proclamata reggente fino alla maggiore età del figlio, mostrò avvedutezza e prudenza, quella avvedutezza e quella prudenza che appena sposa seppe spiegare in mezzo agli intrighi dei cortigiani e delle amanti del re, che la sostenne più tardi quando Margherita di Valois (prima moglie divorziata di Enrico IV) tornò a Parigi e le due regine incontrandosi dovevano pur fare à mauvais jeu bon visage, dignitose e corrette per non far ridere la platea.
La nobile condotta della principessa medicea come non l’aveva salvata dalla maldicenza al tempo di Concino Concini, non la risparmiò neppure quando apparve alla corte Armando Duplessis più tardi cardinale di Richelieu che tornava allora dai successi di Roma, giovane, bello elegante e scaltro. La storia però riconduce anche qui ogni fatto al suo posto e se Maria fu allontanata da quello che, per una trentina d’anni, era stato il suo regno non è già perchè Richelieu volesse sbarazzarsi di una donna gelosa, come insinuarono i maligni, ma perchè il nuovo, ambiziosissimo cardinale, avido di dominare da solo l’animo del giovane re, lo persuase con abili raggiri a tenere lontano la madre.
Maria emigrò a Bruxelles poi a Londra, infine a Colonia dove tranquillamente finì i suoi giorni.
I FRATELLI ZUCCARI.
A chi visita diligentemente il Pantheon di Roma non sarà forse sfuggita, a sinistra, poco lungi dalla pietra che ricopre gli avanzi di Raffaello, la tomba di un altro pittore quasi contemporaneo: Taddeo Zuccari, e si sarà forse domandato: Chi era costui? Era infatti, prima che un libro di Corrado Ricci risuscitasse i disegni della Divina Commedia, quasi totalmente dimenticato il nome dei fratelli Zuccari, pittori.
Dice di essi il Vasari nella edizione bolognese del 1681: «Essendo duca di Urbino Francesco Maria, nacque nella terra di Sant’Agnolo in Vado l’anno 1529 adì primo settembre ad Ottaiano Zuccheri pittore un figliuolo maschio al quale pose in nome Taddeo; il qual putto avendo per dieci anni imparato a leggere e scrivere ragionevolmente se lo tirò il padre appresso e gli insegnò alquanto a disegnare. Ma veggendo Ottaiano quel suo figliuolo aver bellissimo ingegno e poter divenire altro uomo nella pittura che a lui non poteva essere, lo mise a stare con Pompeo da Fano, suo amicissimo e pittore ordinario; le opere del quale non piacendo a Taddeo e parimenti i costumi, se ne tornò a Sant’Agnolo.»
Non è questo il principio di una esistenza comune? Tanto comune che Ottaiano la trovò naturalissima, ed avendo abbandonato la momentanea velleità di fare di suo figlio altro uomo che egli non fosse, si oppose con tutte le sue forze quando il fanciullo a quattordici anni dichiarò di volersi recare a Roma per imparare il disegno, come non gli sarebbe mai riuscito standosene a casa, sotto la direzione mediocre del padre, già impacciato di numerosa figliuolanza. La risoluzione di Taddeo era di quelle che non mutano per ostacoli o per controversie, e per quanto il padre negasse il suo consentimento, volle partire e partì.