Arrivando nella grande città, solo, così giovinetto ed inesperto, aveva però in mente di cercare appoggio presso un cugino, pur esso pittore — ed era forse questa anche l’unica speranza e consolazione del padre — ma il parente, niente allettato dalla comparsa del piccolo vagabondo, lo pose senza cerimonia fuori dell’uscio e glielo sbatacchiò in faccia; per cui eccolo veramente solo e veramente abbandonato in quella Roma che egli voleva conquistare.

Questo è certo il periodo più interessante della vita di Taddeo. È in esso che si venne sviluppando la singolare tenacia della sua volontà, la resistenza alla sventura, la fede nel suo ideale, l’austera dignità del carattere. Deciso a non ricorrere al padre, mai, per nessun bisogno, anzi facendogli sapere che stava benissimo, visse randagio, accomodandosi a tutte le privazioni, girando di bottega in bottega a macinar colori per guadagnare da sfamarsi, dormendo sotto i porticati delle chiese, pigionale del lastrico e del cielo.

Credette una volta di potersi mettere a posto presso un Calabrese, possessore di certi cartoni di Raffaello che a Taddeo facevan gola assai; ma anche qui naufragò, prima contro la grettezza del maestro che non gli permetteva nessun lavoro altro che manuale, poi (trascrivo ancora lo stile ingenuo ed efficace del Vasari) «costui, insieme con sua moglie, donna fastidiosa, non pure lo facevano macinar colori giorno e notte, ma lo facevano non ch’altro patire del pane; del quale acciocchè non potesse neanche averne a bastanza, nè a sua posta, lo tenevano in un paniere appiccato al palco, con certi campanelli che ogni poco che il paniere fosse tocco suonavano e facevano la spia.» Di questo Taddeo non si sarebbe doluto, avvezzo a ben altre contrarietà, se gli fosse stato possibile di copiare i vagheggiati cartoni; ma perchè ciò avvenisse in nessun modo, lo mandavano a letto al buio, togliendo l’olio dalla lucerna. Non ancora però cedeva l’ardente smania del giovinetto che, ritto contro la finestra, disegnava sui vetri al lume della luna; così come disegnava durante il giorno con una scheggia di cristallo sulla macina dei colori, come disegnava quasi fino in sogno.

Un aneddoto grazioso a proposito di queste visioni, di questa seconda vita poetica che si soprapponeva alla brutale realtà, lo raccontava e lo illustrò pure più tardi il fratello Federigo. Essendosi un giorno Taddeo, stanco e febbricitante, addormentato sulla sponda di un fiumicello, gli parve di vedere che le pietre e la ghiaia tutto intorno recassero dipinti di Polidoro e di Raffaello. Colpito dalla scoperta di un simile tesoro, anche desto non abbandonò l’illusione e tutto infervorato, caricò più che potè di quelle pietre in un fardello, recandosi col peso di esse fino a casa, dove solo più tardi riconobbe la propria allucinazione.

Dove finiva dunque in lui il senso della realtà e dove cominciava il mondo fantastico? Non aveva egli sempre vissuto più di sogni che di pane? e durante le innumerevoli notti trascorse sotto le stelle, quali fili misteriosi lo avevano allacciato alla comprensione della bellezza invisibile?

Ma nè l’istoriare a lume di luna i vetri della sua cameretta, nè il disegnare a memoria con un scheggia acuminata sulla macina dei colori le opere dei grandi appena intraviste, nè il sognare continuamente di pittura e di pittori portavalo molto innanzi. Egli comprese che bisognava cercare ancora, lottare ancora.

Lasciò l’inospitale casa del Calabrese e tornò all’alloggio dei porticati, alle gradinate dei templi, sotto quel cielo fatale di Roma ricco di splendori e di febbri. Certo la visione poetica doveva essere molto forte in quell’adolescente e tenergli luogo di tutto. Sotto gli archi, presso i ruderi di una grandezza che egli pensava di arricchire di nuova gloria, le memorie della casa paterna, l’affetto della madre, tutto ciò che era tenerezza e mollezza di nido doveva apparirgli come una tentazione da cacciare, il solo vero ostacolo per la realizzazione del suo sogno. Eppure l’ostacolo si impose. Penetrato dalle febbri miasmatiche che il dormire all’aperto gli aveva appiccicato in modo invincibile, sopraffatto dalle fatiche fisiche, dagli stenti, dalla malattia, gli fu triste necessità far ritorno a Sant’Agnolo.

Non ho potuto trovare una data esatta in proposito, ma risulta chiaramente dai fatti che ben poco tempo rimase in famiglia. Appena ristabilito nella salute prese per la seconda volta il suo bastone di pellegrino e si riaffacciò alle porte di Roma, dove lo attirava un fascino misterioso e potente.

Questa volta almeno fu più fortunato. Allogatosi presso un certo Giacomone, libero di molestie materiali, tranquillo, fece in breve tempo rapidissimi progressi. Da questo momento tutta la sua vita cambia; sembra che una fata lo abbia toccato colla magica verga, intanto che delirava per febbre nelle ultime notti trascorse a ciel stellato, e costretta la sventura a partirsi da lui. Fu subito conosciuto ed apprezzato, per modo che quello stesso parente dal quale era stato respinto nei giorni del bisogno venne a lui pieno di cortesia e di promesse, lo indusse a rappatumarsi e s’accordarono per lavorare insieme «avendo Taddeo che era di buona natura tutte le ingiurie dimenticate» conclude lo storico contemporaneo. E — senza nessuna intenzione di menomare la bontà d’animo di Taddeo — si capisce come un uomo preoccupato di alte mire non volesse perdersi in bizze e in puntigli da femminuccia. Questo primo trionfo del fanciullo reietto portava in sè stesso la più nobile e più completa vendetta.

Slegato dal maestro, assunse i freschi per una cappella di Santa Maria a Vitto, oltre Sora, nel principio degli Abruzzi; poi per commissione di un gentiluomo romano, e non senza esitazioni da parte di costui che dubitava per la immatura età del pittore, condusse a termine la facciata di una casa a chiaroscuro, destando la meraviglia degli intelligenti. Aveva allora dieciotto anni. Da quel tempo fino al 1550 continuò a lavorare, non ad opere di grande importanza, ma sempre bene e con profitto.