Intanto papa Giulio III inaugurava il proprio pontificato con un Giubileo e per tale straordinaria ricorrenza vennero dal paesello di Sant’Agnolo a Roma il padre e la madre di Taddeo, conducendo uno dei sette figlioli che eran loro rimasti. Finite poi le feste e la gioia del rivedersi se ne tornarono a casa «lasciando detto putto chiamato Federigo» alla custodia del maggiore fratello e coll’intenzione di fargli imparare belle lettere; intenzione che venne a modificarsi col tempo perchè Taddeo pur non risparmiando gli studii letterarii al giovinetto, si persuase che avesse maggior attitudine al disegno, onde incominciò a farlo addestrare in quest’arte con ben diverso appoggio e fortuna che egli stesso non avesse avuto.
Seguitò poi i lavori nella chiesa di Sant’Ambrogio dei milanesi, a Santa Lucia della Tinta, e finalmente chiamato dal duca Guidobaldo a Urbino vi si recò «lasciando in Roma chi avesse cura di Federico e lo facesse attendere a imparare.»
A Urbino le cose non andarono perfettamente bene, perchè avendo dovuto assentarsi il Duca, diede ordine che l’artista fosse provveduto di quanto occorreva al compimento del lavoro e i suoi incaricati per contro lo lasciarono mancare di ogni cosa, motivo che determinò Taddeo a far ritorno in Roma, dopo aver perduto due anni di tempo e però altro particolare che lumeggia il suo carattere fiero e delicato — trovato il Duca «si scusò destramente senza dar biasimo a nessuno.»
Lungo cammino sarebbe il voler seguire tutte le opere eseguite da Taddeo, e quelle di lui con aggiunta di giovani scolari, e quelle iniziate per aprire la via e dar nome al fratello Federigo; furono tante e così varie che gli emuli e gli invidiosi non gli risparmiarono l’accusa di rapacità, della quale parmi si possa facilmente scagionare riflettendo che egli si era assunta l’educazione di Federigo non solo, ma anche di un altro fratello e che tutta una famiglia bisognosa gli stava alle spalle. Il forte fanciullo che aveva lottato corpo a corpo colla miseria, fatto uomo, non poteva aver scordato i giorni senza pane e le notti senza letto e se, giunto esclusivamente per i suoi meriti ad una posizione invidiata, celebre, adulato, la fortuna non lo accieca, la gloria non lo fa ingrato, la vicinanza dei principi e della reggia non lo rende egoista, ma modesto e perseverante continua a lavorare non più per sè, ma per i suoi, trovo tutto questo logico e conseguente non solo, ma anche bello.
Tuttavia, avendogli il cardinale Alessandro Farnese proposto gli affreschi del palazzo di Caprarola, ivi si ritirò e stette parecchio tempo solitario lavorando attorno a quelle splendide sale della Solitudine e del Sonno, alle quali concorse l’ingegno di Annibal Caro suggerendo allegorie e motti latini.
Ed ecco, vicino alla figura dolcemente austera di Taddeo Zuccari crescere con espansione propria e carattere affatto differente il giovinetto Federigo. A lui la fortuna aveva, fin dagli albori, sorriso. Più bello, di carattere fantasioso, vivace ed anche petulante per insofferenza di freni, lo pungeva vivamente l’emulazione; e per quanto affezionato e devoto al fratello niente altro bramava che uscire dalla sua ombra e fare da sè. L’occasione gli fu porta da Taddeo stesso che gli cedette gli affreschi di una casa in Roma; ma prudente e timoroso guardiano del giovane esordiente lo andava sorvegliando in questo primo lavoro. È naturale che egli sentisse per Federigo una trepida affezione mista di indulgenza paterna e della severità di maestro.
Così però non la intendeva Federigo, smanioso di misurare le proprie forze davanti al pubblico; per cui dopo di avere pazientato un po’ di tempo e sofferto con relativa calma le correzioni ed i ritocchi, un bel giorno ruppe il freno e in un eccesso di rivolta preso il martello ruppe e buttò a terra tutto quanto Taddeo aveva creduto bene di aggiungere al suo lavoro. Per fortuna questa bizza non alterò menomamente l’alleanza dei due fratelli che continuarono a lavorare insieme nel miglior accordo, dividendosi l’opera; Taddeo fece allora il ritratto alla figlia del duca d’Urbino e Federigo accudì ai dipinti nel palazzo d’Aracoeli e nell’appartamento fabbricato da Innocenzo IX; finchè chiamato dal patriarca Grimani a Venezia per finire la cappella di San Francesco della Vigna, vi si fermò a dipingere due affreschi rappresentanti la storia di Lazzaro e la conversione della Maddalena e si sarebbe assunta ben anche la facciata principale della sala del Gran Consiglio, se le gare e le contrarietà sorte fra i pittori veneziani non ne avessero privato e lui ed essi.
Taddeo rimasto solo a Roma e malinconico — che forse gli penetrava nella sensibile anima il vuoto della vita e della gloria — attendeva quietamente, con un grande amore raccolto a quello che doveva essere il suo ultimo lavoro, l’Assunzione della Vergine nella chiesa della Trinità. Invano gli amici lo sollecitavano a prender moglie; la potenzialità de’ suoi vincoli terreni era stata esaurita nella sua stessa famiglia e principalmente in Federigo, al quale sembrava aver ceduto tutti i vantaggi della sua giovinezza di stenti, legandogli la parte luminosa di quella duplice esistenza che incominciata collo scherno e colla miseria doveva finire in una quasi apoteosi.
Il sogno interno che lo aveva sorretto quando lacero e affamato dipingeva a chiar di luna, trovava una continuazione nella visione ultima della sua vita. Affatto staccato dalle cure materiali e di lusso esterno, a cui invece Federigo dava molta importanza, chiuso nella solitudine morale dove la sua tempra erasi fortificata, la morte lo colse quasi inavvertitamente. Un lieve malessere che parve cagionato dal caldo eccessivo di quell’anno 1566 andò crescendo rapidamente fino al 2 di settembre giorno in cui morì, a trentasette anni appena.
Dice il Vasari che Taddeo ebbe una maniera di dipingere dolce, pastosa e abbondante, lungi da ogni crudezza, e che faceva specialmente molto belle le teste, le mani e i nudi in genere; nel quale giudizio concorda pure l’Orlandi. Di carattere lo definisce altero, sanguigno, subitaneo e sdegnoso, ma amorevole cogli amici che aiutò sempre in tutti i modi. Il Lanzi gli è un po’ meno favorevole; trova che il suo stile non è scelto nè studiato abbastanza, piuttosto facile e popolare che sublime, pur confermandone l’abilità speciale per le teste.