Quella stessa avidità di fare, nata dalle dure lotte colla miseria che lo incalzava a crearsi rapidamente una posizione, forse il presentimento di una morte immatura, furono cause di aiuto alla ineguaglianza del suo stile, talvolta trascurato se stretto dal tempo o dal bisogno, finissimo invece quando si abbandonava al lavoro senza estranee preoccupazioni, come lo dimostra il quadro della Natività passato dal duca d’Urbino alla nobile famiglia Leopardi, dove ignoro se si trovi ancora.
Ma qualunque sieno i meriti di Taddeo Zuccari, pittore, se troppo esaltato a’ suoi tempi o se trascurato ai nostri, ho già detto di non voler cercare, per la ragione semplice ma buona della incompetenza mia a discorrere di un’arte che ammiro senza conoscere. Io ho voluto principalmente studiare la psicologia di quest’uomo, un bel caso di rettitudine innata, di anima veramente artistica, un esempio di fede e di perseveranza dove sarebbe stato così facile lo scetticismo, una dignità intima che domina tutte le cause esterne.
Dopo la morte di Taddeo, Federigo, già conosciuto e creato cavaliere della Repubblica di Venezia succedette all’opera ed alla fortuna del fratello. Terminò i lavori della cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze, rimasti imperfetti per la morte del Vasari; quelli della cappella Paolina a Roma, ed avendo in seguito a questi provocata la malevolenza dei cortigiani se ne vendicò con un quadro detto della Calunnia dove i suoi nemici sono rappresentati con orecchie d’asino. Questo scherzo gli valse l’esilio.
Riparò in Francia e lasciò dipinti suoi all’antico castello di Meudon; passò in Inghilterra, dove ritrasse le sembianze delle due regine rivali: Maria Stuard ed Elisabetta, i quali si ammirano ancora nella Galleria dei ritratti a Londra; prese dimora in Olanda, in Fiandra e finalmente in Spagna dipingendo per l’Escuriale; era di carattere mobile e focoso, facile all’ira, non sembrandogli abbastanza riconosciuto il suo merito dai Grandi di Spagna, quantunque il Re lo colmasse di onori e di regali, fece ritorno in Italia soggiornando per due anni e mezzo a Torino. Qui lasciò molti affreschi nella Galleria del Palazzo Ducale.
Innumerevoli poi sono i quadri e gli affreschi disseminati da Federigo nelle città italiane: a Parma, a Mantova, a Pesaro, a Urbino, a Orvieto, a Pavia nel Collegio Borromeo, a Milano nella Pinacoteca di Brera, ecc. Illustrò con molti disegni il poema di Dante, finchè potè tornare a Roma, al suo Monte Pincio prediletto; sul quale eresse dalle fondamenta la palazzina che tuttora esiste, che egli curò e dipinse con infinito amore «il mio Tugurio — la chiama in una lettera ad un amico — pur fatto con tanto mio diporto.»
Sorgeva intanto un’altra opera in Roma, alla quale Federigo dedicò le migliori sue forze, l’accademia di San Luca, cui Gregorio XIII conferì il Breve circa l’anno 1504. Nel giorno dell’inaugurazione, Federigo fu per plauso unanime eletto Principe della nuova Accademia e venne accompagnato a casa in trionfo da professori, letterati e scolari in gran numero. Egli amò poi sempre questa istituzione della quale fu zelante, operoso, generoso duce. Nel caso che fosse morto senza figli voleva anche nominarla sua erede universale.
Quando invece morì, in Ancona nel 1609, era già padre e nonno, avendo sposata una Francesca Genga da Urbino, dalla quale aveva avuti parecchi figli.
L’opinione di chi scrisse sui pittori del cinquecento è che Federigo avesse molto e svariato ingegno, ma molta anche fortuna, dovuta in parte ai precedenti del fratello e certamente assai all’insieme delle sue doti personali «aspetto e tratto signorile, coltura, destrezza a guadagnarsi gli animi, liberalità grandissima che gli assorbì le cospicue somme guadagnate e profuse in fabbriche, in arredi, in servitù.»
Fu anche scrittore. Il suo maggior lavoro: L’idea dei pittori, scultori e architetti è un libro faragginoso e indigesto, nel quale però (scrive il padre Pungileone nel Giornale arcadico del 1832) si trova tratto tratto molta intelligenza dell’arte e desiderio dell’utile; e utili insegnamenti vi erano pure nei discorsi da lui pronunziati essendo principe dell’Accademia di San Luca, per cui si può dire che ne’ suoi scritti è il letterato che fa torto al pittore, caso mai; ma come pittore fu giudicato intendente anche da quello spirito fine e colto del cardinale Federigo Borromeo, che pregiò assai lo Zuccari e lo tenne in conto di «coloro che sanno vedere e penetrare nei segreti dell’arte.» È di Federigo Zuccari questa definizione: il pittore deve saper rappresentare tutte le cose che si possono dipingere e rappresentarle non quali sono ma quali dovrebbero essere: canone d’arte idealista che potrebbe accontentare anche adesso i più inquieti cercatori di forme aristocratiche.
Un altro scritto suo: Il passaggio per l’Italia colla dimora in Parma, è un opuscolo di facile e piacevole lettura, anzi sono due opuscoli in cui si trovano descritte minuziosamente parecchie feste date in occasione delle nozze fra il duca Francesco Gonzaga di Mantova e la principessa Margherita di Savoia. Succose e brillanti sono le pagine dedicate a magnificare la bellezza e l’eleganza delle dame alla corte di Torino, la loro speciale acconciatura del capo e un certo ballo chiamato la Nizzarda che noi saremmo ben meravigliati di veder ballare adesso al Quirinale.