«Tre quarti detta mia vita e posso ben dire quattro quinti furono consumati in viaggi, ma mi sentirei di valicare ancora gli Appennini e le Alpi» scrive in questo opuscolo, il quale non è alla fine che una lunga lettera diretta a Pierleone Casella e — pare — collettivamente a molti de’ suoi amici in Roma, fra cui artisti, preti, discepoli e una donna, una pittrice, Lavinia Fontana.

Il fasto di una vita passata quasi tutta in viaggi e in soste alle principali corti d’Europa, accolto e complimentato dovunque dai più gran signori, circondarono Federigo di uno splendore che per lui diventò bisogno. Si credette che dovesse lasciare tesori, ma in realtà la sua famiglia ebbe appena di che vivere onoratamente dopo la sua morte, e mandando a nozze una figliuola le diedero in conto di dote parecchi quadri fra i quali la Calunnia stimato più di mille scudi.

Alla tanto amata Accademia di San Luca lasciò invece la palazzina sul Pincio, per uso degli artisti poveri che venendo in Roma non trovassero alloggio. Come non credere che egli avesse, con questo atto, pensato alla dolce memoria di Taddeo e a quei primi anni di lotte oscure e pertinaci che dovevano preparare a lui tanti trionfi?

Gli storici non si sono pronunciati sul merito relativo dei due fratelli. Tre secoli li hanno confusi quasi in una sola persona. Si dice gli Zuccari come si dice i De Goncourt. Può anche darsi che, discepolo d’uno dell’altro, in un periodo di decadenza dell’arte quale fu la fine del cinquecento, il loro valore artistico risentisse degli stessi pregi e degli stessi difetti; ma considerati nella loro personalità mi pare che non si possa confonderli. Sono due figure speciali, originali e in diverso modo simpatiche.

Nella sala dell’Accademia di San Luca si vede un ritratto ad olio di Federigo Zuccari, e un altro se ne trova, un po’ dissimile a dire vero, negli Uffizi di Firenze; questo ha il volto maschio ed espressivo, la barba nera cadente sul collare arricciato ed una catena d’oro che gli fu data a Venezia insieme al titolo di cavaliere e che egli soleva portare sempre. Ma il ritratto di Taddeo, malamente riprodotto nella vecchia edizione del Vasari, non riesce a darmi tutta intera la fisonomia sua, che doveva essere non solo «altera», come dice il biografo, ma pure soffusa di una intima malinconica dolcezza.

Oh! dove sarà andato a finire il ritratto che ne fece Federigo quando, fanciullo ancora, stava alzato nelle notti di luna per disegnare sui vetri della finestra?

IMPRESSIONI

LA COSCIENZA DEL FANCIULLO

Un giorno, sulle rive d’uno dei nostri laghi, lungo la spiaggia incantevole che tutti gli stranieri ammirano quale sintesi della poesia e compendio della bellezza, ascoltavo il dolce e confuso chiacchierio di un bambino nascosto nelle alte erbe che chiamava ad ogni tratto: mamma! mamma! senza che alcuno rispondesse.

Finalmente da un piano superiore dove la madre stava falciando giunse la risposta, dura, aspra, formulata in una sola parola che passò sibilando fra l’ondeggiamento delle alte erbe; ed era, questa risposta della madre al pargoletto, la stessa famosa che diede Cambronne all’esercito nemico...! Ricordo che ne provai acuto dolore, quasi di schiaffo che mi avesse arrossata la guancia. Qualche cosa attraverso l’innocenza di quel bambino era stata brutalmente offesa in me, e proprio ciò che ognuno ha di più sacro: la dignità umana.