Quante volte da allora la molla profonda dell’anima mia scattò e lagrime invisibili mi bruciarono gli occhi davanti allo scempio che giornalmente si fa delle anime tenerelle, questo prezioso deposito che i secoli si trasmettono d’uomo in uomo, che dovrebbe farci tremare di commozione e piegare i ginocchi come dinanzi al più grande miracolo della Divinità.
Pensate a un bambino appena nato, a questo mistero che viene a noi da lontani, ignoti, atavici germi, che passa per un istante nelle nostre mani per poi continuare la sua strada verso un futuro ancora più ignoto, ancora più lontano; anello che ribadito ieri si slancia ad agganciare il domani; parte viva della lunga catena che l’umanità ha trascinato in sua corsa vertiginosa salendo alle vette più eccelse e toccando i più miserevoli abissi. Un bambino ha in sè la grazia ingenua del fiore, la poesia sconfinata dei cieli, il mistero profondo del mare. Non conosco nulla di più bello e di più sacro.
È sopratutto sopra questo secondo aggettivo «sacro» che vorrei arrestare le mie considerazioni, essendo il primo già largamente accettato per consenso quasi unanime. Difatti non sono le carezze, i complimenti, le esterne compiacenze che mancano ai nostri bambini, ai nostri fanciulli.
Nella concezione affatto materialista che si ha ora della felicità tutto ciò che è dote fisica o che può condurre ad una tangibile conquista attrae principalmente l’attenzione e le cure dei genitori; e il florido aspetto, le belle vesti, l’istruzione precoce, i dilettevoli passatempi che ognuno di essi secondo la propria condizione ed anche fuori di essa si sforza di non lesinare li persuade di compiere tutta intera la loro missione verso la prole; ma in grande maggioranza amano i propri figli e non li rispettano.
Non occorre discendere fra la gente rozza e male educata per trovare la conferma di quello che dico. Il motto di Cambronne o qualche altro dei molti equivalenti esce anche da una bocca abituata a parlare elegantemente in società se la persona che la possiede non ha dominio su sè stessa e interrotta nelle sue occupazioni dalla querula voce di un bambino più che alle ragioni di questo ubbidisce allo scatto incomposto dei propri nervi. Amare un fanciullo non basta se si dimentica un solo istante che nelle tenebre della sua coscienza ignara noi rappresentiamo il Faro. Guai se brancicando al buio il fragile l’inesperto schifo vede oscillare la luce che deve essere la sua guida! A ben considerare occorre all’educatore una cosa sola, ma è la più difficile: l’esempio.
Nelle famiglie odierne il fanciullo ode sempre a parlare anzitutto di denaro. Il tale è ricco; oppure non è ricco. Ci vogliono molti denari per vivere bene. Uno è bravo se guadagna molti denari. Le ragazze si maritano se hanno la dote. Nella scelta di una professione bisogna guardare la più lucrosa. Oh! che bella cosa essere ricchi! Oh! se vincessi un terno al lotto! Si tratta di un testamento? Oh! se avesse lasciato a me! C’è una tombola? Tutti prendono un biglietto e per dei mesi non si discorre d’altro. Il denaro! Il denaro! Questo mostro dai mille tentacoli, ignorato dai fanciulli di una volta, afferra i nostri piccini appena abbiano l’uso della ragione e ne piega subito la fresca impressionabilità verso un concetto della vita così volgare che raramente vi trova posto in seguito per agire la molla delle idealità superiori.
Secondo argomento: la maldicenza. Il fanciullo impara presto che l’amicizia è una menzogna, la virtù una ipocrisia, l’idealismo una sciocchezza, i maestri tutti ignoranti, i ministri tutti birboni, le donne tutte civette, gli uomini tutti imbecilli. Prima ancora che egli vi si possa affacciare, lo specchio delle sue illusioni è contaminato. L’ironia precede l’esperienza; lo scetticismo, frutto amaro del dolore, sforza i teneri virgulti e li costringe ad essere nòcciolo secco e cattiva sementa assai prima che essi diventino bòcciolo e fiore. E ciò è male. Tutto nella natura procede a gradi. Noi non siamo diversi in ciò dall’albero e dobbiamo rispettare nelle fibre giovinette la necessaria gioia dell’illusione che solo il vento e le tempeste hanno il crudele diritto di abbattere e di ferire.
La pornografia infine, se non in tutte le famiglie certamente, in molte però anche delle più oneste si introduce col frizzo, coll’aneddoto, coll’allusione. È difficile rinunciare al piacere di far ridere i commensali con un fatterello grassoccio, o di colpire una rivale con una rivelazione scandalosa. Qualche volta non è pornografia proprio, ma è un fattaccio di cronaca cittadina, grossolano, ripugnante, volgare; è un furto, è un omicidio, una vendetta, una crudeltà; oppure è la descrizione minuta di una operazione chirurgica, di un parto... tutte ombre nere che sulla pellicola delicata della coscienza infantile lasciano una macchia.
Si dice: il fanciullo non capisce. E non è vero. Il fanciullo capisce sempre, capisce tutto, qualche volta capisce a rovescio ed è peggio. Se anche non capisce chiaramente il fatto, gli resta indelebile l’impressione che il babbo e la mamma hanno parlato di cose brutte che si sono interessati o hanno riso o hanno confabulato sopra argomenti che gli vogliono nascondere e la fiducia nel babbo e nella mamma se ne va. Il faro invece di dar luce boccheggia sconciamente e fa fumo.
Altra volta il padre o la madre sconcertati e seccati dalla attenzione che leggono nei chiari occhi aperti del fanciullo gli gridano aspramente: «Perchè stai qui ad ascoltare? Vattene!» e il fanciullo se ne va sentendo confusamente il peso di una ingiustizia, poichè chi guarderà, chi ascolterà, da chi dovrà egli imparare se non dal padre e dalla madre?