Il fanciullo è terribile giudice. La sua coscienza pura va diritta al bene ed al male, non conosco mezzi termini nè attenuazioni. Quando un superiore nervoso e stizzoso lo sgrida fortemente per una lieve mancanza egli vede subito il difetto di chi vorrebbe correggerlo, distingue lo sfogo iracondo dalla equa riprovazione, constata la deficenza dell’educatore e diffida. Quando castigato per un atto scomposto o per un impeto di collera vede l’educatore che si atteggia scompostamente e che si abbandona esso pure alla collera le sue nozioni sul bene e sul male, sulla giustizia, sul rispetto, sulla verità si alterano in modo deplorevole. La giovane coscienza si ripiega su sè stessa, si interroga, discute, e fin da allora incominciano quelle deviazioni che più tardi si manifesteranno con grandi falle nel carattere.

Non sono pochi i genitori i quali pensano che il fanciullo abbia solo dei doveri. Il fanciullo ha anche dei diritti; i diritti sacrosanti della sua innocenza, della sua credulità, della sua debolezza. Egli non deve essere in mano nostra la cera molle del nostro capriccio, lo zimbello dei nostri nervi, il bersaglio dei nostri malumori, il balocco che si palleggia, si getta, si alza, si depone colla semplice norma del nostro beneplacito. Noi dobbiamo pensare che i nostri figli ci valuteranno un giorno atto per atto, parola per parola, e ben fortunato fra essi sarà colui che ripassando colla memoria la propria infanzia potrà rivedere la figura del padre in una linea inalterata di dignità e di giustizia, quella della madre in una continua ma illuminata e saggia dedizione d’amore.

Infine — dirà qualcuno — è una costrizione regolare della nostra libertà. Certamente. Noi ci prendiamo pure e spesso con molta leggerezza la libertà di mettere al mondo una creatura. Ora ogni libertà si paga come qualsiasi altra cosa e una persona onesta deve far fronte ai propri impegni. Procreare è di tutti gli animali, educare è dell’uomo, ma non si educa nè si dirige alcuno se non si sa educare e dirigere sè stessi. Il disastroso concetto dell’eguaglianza che il nostro secolo vorrebbe applicare a tutta quanta la disuguagliantissima mole delle cose create induce pure nell’errore che si debba parlare ed agire in presenza dei nostri figli nello stesso modo che parliamo ed agiamo coi nostri simili d’età, chiamando ciò schiettezza ed amore del vero; mentre la verità è che la mente del bambino non può giudicare un fatto se non dal suo punto di vista infantile e quindi è necessario preparare i piani a norma della sua visuale mostrandogli solo, come in un cibo ben combinato, ciò che il suo incompleto organismo può assimilare. Questa non è ipocrisia: è rispetto, è dovere.

Il bimbo d’oggi sarà domani cittadino, sarà popolo, sarà folla. Dovrà pur conoscere che la libertà degli uomini non può essere simile alla libertà degli asini i quali sferrano calci nell’aria e chi li piglia son suoi. Anche troppo abbiamo allentato quei freni morali che soli traendo l’umanità dalle selvaggie forme primitive l’avevano condotta ai più alti fastigi della gloria e del progresso. Inebbriati dalle nostre vittorie credemmo di poter fare getto del bagaglio importuno dei nostri doveri, ma le crudeli esperienze dovrebbero oramai averci aperto gli occhi. Il dovere, o l’obbligo, o la legge, comunque a seconda dei casi si chiami il concetto fondamentale dell’ordine, è la ragione prima dell’essere e della vita.

Che ne sarebbe del mondo se una sola volta il sole mancasse di ubbidire al supremo potere che gli impone di versarci tutti i giorni il suo calore e la sua luce? E noi che rappresentiamo verso i nostri bambini la parte gloriosa del faro e del sole teniamo a mente che essi devono imparare da noi, non dalle nostre parole, ma dalla nostra condotta, la dura disciplina di sè stessi, altrimenti ne faremo degli impulsivi e dei nevrastenici.

Del resto l’uomo orgoglioso di un successo oratorio o di quello di un romanzo, la signora che si pavoneggia sotto lo sfolgorio dei brillanti appesi alle sue orecchie, perchè non dovrebbero sentirsi molto più fieri di un bel gesto tracciato dinanzi ai loro figli? Non effimero, non vano nella superficialità di un trionfo momentaneo, sarebbe questo un successo vero e profondo che andrebbe a perpetuarsi come di onda in onda una fresca linfa giù per i rami novelli. Si ambisce tanto di vedere il nostro nome illustrato nelle colonne di un giornale, si sogna di immortalarlo nel bronzo di una epigrafe e non pensiamo che sta in noi scolpirlo nella carne viva dei nostri discendenti, renderlo immortale nel trionfo di una razza più pura, più nobile, più bella.

L’ereditarietà e l’imitazione sono i due temi che i genitori dovrebbero meditare sopra ogni altro; dunque correggere sè stessi per educare gli altri; presentarsi in forma di esempio il più possibilmente perfetto in vista delle copie che ne verranno fuori. Un genitore irascibile che punisce l’irascibilità del figlio commette una atroce ingiustizia e un delitto di lesa educazione. Egli dovrebbe prima castigare sè stesso e poi dire al figlio: Vediamo chi di noi due vincerà meglio il nostro difetto. E ad ogni sforzo da lui fatto per dominarsi risponderà allora un risultato educativo veramente efficace. Solo a questo modo si può agire direttamente sulla coscienza del fanciullo e se non si risveglia la sua coscienza ogni altra opera è vana.

Sono quasi diciassette secoli che un grande conoscitore degli uomini lasciò scritto: «A quell’età (era fanciullo) mi dilettavo di giuocare e ciò castigavasi in me da coloro che facevano lo stesso; ma le leggerezze degli uomini vengono chiamate negozi e quelle dei fanciulli sono dai medesimi uomini punite. Solitamente chi educa la gioventù non perdona nulla ad essa e tutto a sè». Purtroppo in diciassette secoli non abbiamo cambiato di molto.

Se poi dalla famiglia passiamo alla scuola le osservazioni che si possono fare non sono per nulla consolanti. Il livello morale delle scuole è molto basso, mancando in quasi tutte il soffio ideale, quanto dire il fuoco che trasforma la pasta indigesta del sapere nel pane meraviglioso che nutre l’anima. Diamo pure all’anima quel significato che meglio risponde al nostro sentimento, ma dobbiamo riconoscere che solamente in esso sta riposto il nucleo delle migliori energie nostre.

L’intelligenza che non si appoggia sulla coscienza non arriva mai a grandi risultati e lo scopo principale dell’educazione non è tanto la cultura quanto l’allenamento dato alle giovani sensibilità che si tendono verso il sapere colle loro cento bocche assetate ed affamate.