L’otto luglio 1904 veniva promulgata dal Parlamento una legge sulla morale civile da impartirsi nelle scuole per opera dei maestri e il ministro relatore conchiudeva la sua arringa dicendo che la morale deve vivificare e penetrare ogni atto, ogni sentimento. Benissimo e facilissimo se la morale fosse una derrata ammucchiata nelle aule della scuola e gli scolari altrettanti sacchi da riempire, se l’essenziale nella educazione fosse la dottrina insegnata e non, come à realmente, una fiamma sacra che l’educatore deve agitare con fede e con entusiasmo. Dice Maeterlink ammirevolmente: «Non bisogna che la saggezza abbia una forma; bisogna che la sua bellezza sia così varia come la bellezza della fiamma». È appunto questa fiamma che manca nelle nostre scuole.

Incominciando dai libri di lettura che corrono per le mani dei nostri figlietti, a parte pochissime eccezioni, quale miseria di contenuto educativo! quali fra gli strazi della grammatica e del buon senso errori grossolani di psicologia infantile e di concetto morale! Per commuovere non sanno far altro che mostrare il solito poverello vestito di cenci, per far ridere non trovano che trivialità da Bertoldino e da Cacasenno. Oh! Andersen, quale grande anima aveva il tuo cigno perduto fra gli anitroccoli in confronto a questi piccoli eroi volgari di una età che non comprende più nulla della vera grandezza umana!

Bisogna anche dire che i racconti di Andersen nascevano dalla sua anima profonda per un irresistibile slancio d’amore verso la bellezza e i libri invece che vediamo troppo spesso nelle mani dei nostri fanciulli, furono scritti quasi tutti a scopo di lucro, perchè se un libro scolastico viene approvato l’utile dell’autore è certo. Vi è anzi un modulo speciale per conformarsi al comune livello di mediocrità e tutto fa credere che se un libro come quello di Andersen si permettesse di concorrere per le nostre scuole sarebbe respinto senz’altro.

I maestri? Ma che cosa volete pretendere dai maestri? Chi si è mai sognato di chiedere a un maestro la prova della sua vocazione, della sua moralità, della sua elevatezza? Il maestro è un povero diavolo che fa il maestro come avrebbe fatto il ragioniere o l’impiegato, per mettersi a posto senza grande fatica e assicurarsi un pane per la vecchiaia. Tolta la prospettiva della pensione metà dei concorrenti diserterebbero la cattedra.

E poi non viene anche lui, il maestro, da una famiglia? Se non ha avuto in casa esempi di nobiltà, se non fu cresciuto in una atmosfera sana, se i vizi, le male passioni, l’organismo squilibrato lo avvinsero con una completa indipendenza del suo diploma didattico, come farà a dare agli altri ciò che è sempre mancato a lui stesso? Come potrà educare se non fu educato? È un circolo vizioso che ci riconduce inesorabilmente alla fonte prima di qualsiasi coscienza d’uomo: la famiglia.

Osserviamo di grazia questo fatto, che i nostri fanciulli allevati in un ambiente puro e gentile, quando abbiano presa dimestichezza colla scuola, si trasformano sotto i nostri occhi meravigliati ed inquieti in turbolenti monelli e udiamo dalle loro labbra innocenti parole che ci disgustano e assistiamo ad atti, a gesti, a pensieri che mai avremmo voluto riscontrare in essi. Noi sentiamo allora che una folla di nemici invisibili sta assediando queste nostre creature e stringendocele al seno ci domandiamo con profonda pietà delle vittime quanti colpevoli vi sono fra i padri e fra le madri!

È dunque vano chiedere aiuto alla scuola, poichè la scuola è il lido sul quale si riversa la marea ognor crescente del popolo che travolge insieme pagliuzze d’oro e scorie impure; e non dalla scuola ci è lecito attendere la formazione della coscienza dei nostri figli, bensì noi dobbiamo armarli d’ogni miglior schermo affinchè possano resistere all’onda corrompitrice che nelle scuole dilaga, principio inevitabile e fatale di quella che incontreranno poi nel mondo. Solo quando dalle famiglie più illuminate usciranno uomini puri, avremo la scuola educatrice. Solo allora.

STORTURE, DEVIAZIONI E ATROFIA DEL SENTIMENTO.

Le idee che verrò esponendo in questo articolo mi vennero uno degli scorsi giorni mentre ammiravo dalla Trinità de’ Monti il panorama superbo di Roma ravvolto nel roseo crepuscolo d’autunno. Standomi così a contemplare dietro la cupola di San Pietro fin sul lontano Gianicolo la nobile figura di Garibaldi caracollante in mezzo alle nuvole sul suo destriero di bronzo, mi noiava un qualche cosa di scuro che vedevo colla coda dell’occhio ballonzolare intorno a me ed era il cucciolo bastardo di un mendicante che portava sulle orecchie spelacchiate un cappello di bersagliere.

Anche a non voler accettare la teoria troppo facile di Dumas padre, al quale bastava mettersi alla finestra per trovare il soggetto di un romanzo, è pur vero che talvolta un minimo incidente dà la stura a tutto un ordine di pensieri e di considerazioni. La vista disgustosa di quel cane ornato dell’emblema che è per noi italiani uno dei più cari, e in questo momento sacro, mi ricondusse alla memoria un paio di giarrettiere tricolori che mi erano apparse il giorno prima nella bacheca elegante di un negozio di mode. No veramente, non vi è nulla di sacro per certi sfruttatori, neppure il sentimento augusto della patria.