Coraggio! È come se uno aprisse un pacco di banconote sotto gli occhi di un poverello gridando: banconote, banconote! E poi chiudesse il pacco e se lo mettesse in tasca. Felice dono il coraggio, ma bisogna darlo, non dirlo.
C’è la donnina semplice, piena di cuore e di buone intenzioni, colei che sarebbe capace di addossarsi un po’ del vostro male se potesse. Ella ascolta la narrazione delle vostre sofferenze colla attitudine inquieta di un topolino costretto a passare da una fessura troppo stretta. Corre di qua e di là il topolino, corrono di qua e di là gli occhietti teneri e commossi in cerca della parola che dovrebbe essere all’infermo pari al sesamo apriti della grotta meravigliosa e finalmente, umile, stretta nelle spalle, mormora «Un po’ sarà questo tempo....» — Voi scattate: ma se sono giornate che non potrebbero essere più belle! — L’ultimo filo di voce della donnina conclude: «Già... anche il troppo bello... qualche volta....».
Ecco un’altra visitatrice, la visitatrice professionale che gira tutto il giorno da un ospedale all’altro e che si è fatta una specialità del genere. Il suo modo di consolare è questo: «Eh! di che cosa vi lagnate? Voi soffrite? Ma chi non soffre a questo mondo? E che è mai il vostro male di fronte a tanti disgraziati che si trovano negli ospedali? Vederli, gli ospedali, quante miserie, quanti dolori ben peggio dei vostri! Torno ora dal letto di un povero soldato al quale gli obici tedeschi hanno sfracellato le due gambe e tagliuzzata la faccia in modo che ciò che rimane sembra un mostruoso arabesco. Quelle sono miserie!». La voce della consolatrice si fa aspra, quasi volesse rimproverare all’infermo di non soffrire abbastanza, mentre egli, con quel po’ po’ di quadro che gli ha messo sotto gli occhi sente ora, oltre ai propri spasimi, le gambe che gli dolgono e un molesto verzicare di sensazioni nuove sulla pelle della faccia.
Ma chi è quella bofficciona dalle vesti di prefica? Al posto degli occhi ha due puntolini da capocchia di spillo che al pari di capocchia luccicano e brillano e par che ridano, ma afflitti nell’angolo da una lagrima perenne non lasciano mai sicuri se ella pianga o se rida. La sua compassione è elegiaca: «Oh, poveretto, oh, poveretto, quanto mi duole vederla soffrire! Potessi prendermi io un po’ del suo male lo farei volentieri, creda! Ma io non posso nulla, nessuno può nulla, Dio solo è il padrone, Lui sa quello che si fa e le vuol bene. Questa malattia ne è una prova perchè la mette in grado di farsi dei meriti, di salvarsi l’anima. Pensi all’anima, all’anima! Tutto il resto è nulla.»
L’ammalato è rispettosissimo di tutte le cose che concernono l’anima, ma i suoi nervi spasimano sotto le sofferenze e non si persuade che quello sia proprio un vantaggio per lui.
Gli uomini in genere sono cattivi consolatori. Più delle donne hanno paura del male e sfuggono ogni aspetto del dolore; la loro schiettezza un po’ rude li rende inabili alla menzogna pietosa. È ancora alle donne che bisogna ricorrere per trovare il conforto fatto istituzione. Le suore che si sono votate al pio ministero di vegliare gli ammalati per una ragione superiore a qualsiasi interesse umano, portano in sè un carattere di spiritualità che imprime ad ogni loro gesto una singolare forza di penetrazione. Esse entrano nella camera dell’infermo come un elemento nuovo ed egli sente che tra lui e il mondo e gli eventi quali li aveva considerati fino allora s’è rizzata una visione di incomparabile dolcezza, non più ristretta a facoltà personali, ma rivelata in una luce incorporea di fede.
Le nostre monache sono mal conosciute; si hanno notizie superficiali sui conventi e sulla vita che vi si conduce; la psicologia di queste giovani donne che hanno rinunciato a tutte le gioie dell’esistenza sfugge all’affrettata analisi moderna. Si propende a vedere in esse delle vittime o delle inconsapevoli, ma a conoscerle da vicino si va incontro a qualche sorpresa. La Monaca di Cracovia e la Signora di Monza avevano gettato un’ombra sinistra sulle antiche mura conventuali, ma la carità illuminata del secolo ventesimo spalancò le porte dei misteri paurosi. Ora le suore della carità si muovono libere in qualsiasi tempo. Fra le penombre di queste nostre fosche sere si vedono rasente i muri impavide e sole recarsi dai loro ammalati; nell’alba livida il loro bianco soggolo sfiora sui crocivii le piume fantastiche dell’avventuriera che esce dai ritrovi notturni.
Non ignorano il male le piccole suore che disprezzando l’amore degli uomini a venticinque anni hanno già chiuso la loro vita in Dio. Io chiesi: «In queste vostre uscite non vi assalgono mai le tentazioni?». «Oh, certo, (rispose per tutte una fanciulla dai grandi occhi ridenti) il diavolo fa il suo mestiere. Ma noi non lo temiamo più». «Siete giovani (incalzai) molte di voi sono belle, ve lo devono dire».
«Oh, se lo dicono!! Dicono anche che il Signore pare faccia apposta a chiamare a sè le più belle. Oh, è ben naturale!! (Nei grandi occhi si accese una luce di astro). Deve forse scegliere le brutte Lui che è il Signore?».
Ebbene non è magnifico questo volontario e gaio e conscio olocausto dei due maggiori doni che allietino una vita di donna? Non vi è in esso il segreto del balsamo che queste donne versano al capezzale dell’infermo? Anche lo scettico quando la mano lieve della suora tesse intorno alle sue sofferenze una ininterrotta catena di bontà non chiede il nome di questa forza che egli ignora, ma la accetta benedicendola.