Ed è singolare la facoltà di trasformazione che attende in queste giovani reclute del bene sempre nuove conquiste. Esse erano tutte prese dalle cure dei loro ammalati, il tempo mancava per altre occupazioni, ma ecco i bimbi dei profughi irredenti, ecco gli orfani dei soldati morti per la Patria e la casa del silenzio si apre e sotto le volte use ai passi misurati, al parlare sommesso, prorompe una schiera di bambine seminude affamate; hanno due, tre, quattro anni, non conoscono altra parola che mamma, molte di esse non camminano ancora, non sanno spiegarsi e quando vogliono qualche cosa piangono. Tutte le abitudini delle suore sono sconvolte; le anziane fra esse non ricordano di aver mai preso in braccio un bambino; le novizie guardano a quella vita nuova apportatrice di gioie alle quali esse hanno rinunciato per sempre. In pochi giorni il convento è trasformato; la regola cede alla necessità; le piccoline che non sanno ancora obbedire comandano. Le suore turbate, commosse, gareggiano nel fare ognuna qualche cosa per le ospiti improvvisate. All’ora del pranzo, senza aspettare nessun invito, guidate dall’istinto si avviano in cucina; la suora che sta ai fornelli se le trova avvinghiate alla sottana; una è riuscita a mettersele in collo, un’altra dà la scalata alle sue braccia. — Oh suor Cesarina, come può muoversi con quel grappolo di testine intorno? —
Suor Cesarina, confusa, sorridente, graziosamente impacciata, risponde; — Ma se non vogliono lasciarmi! —
Il sentimento della maternità sbocciato e maturato in un attimo nel cuore delle pie vergini suggerisce a ciascuna un gesto di affetto. Improvvisamente le piccole tiranne gridano: — Vogliamo andare dalla Madre Superiora! — E s’avviano tutte insieme, lungo il corridoio, incespicando ad ogni passo, appoggiandosi colle manine al muro. Sembrano una lunga teoria di formichette. Ma una cade, piange, ed è uno scompiglio generale. Le suore accorrono; oramai non fanno più altro; le piccoline hanno conquistato il convento; sono esse le padrone. E anche questa trasformazione dell’ascetismo in maternità è così femminile come il riconoscimento della propria bellezza offerta con gioia a Dio. Servite il Signore in letizia.
Il dolore, specie il dolore fisico, non si attenua con nessuna parola, anzi le parole come abbiamo visto guastano sovente l’intenzione irritando l’ammalato.
Oh! volto penetrato di vera compassione che tacito ti chini sui sofferente, oh! mano che stringe la sua colla intensità ardente di una trasfusione di sangue, oh! sguardo, finestra dell’anima che tutto dice e tutto dà, voi siete i consolatori! Poichè amare ed essere amato è la maggiore delle felicità la sventura serve a rivelarci chi ci ama davvero.
Vi sono poi i datori di felicità universale, le grandi anime dei pensatori e dei poeti aperte a tutti come le mistiche piscine che tengono raccolte nelle loro linfe la salute degli uomini. Ringraziamo questi immortali benefattori dell’umanità sofferente. Per essi Giordano Bruno non sente il morso dell’empio rogo che lo circonda, Heine canta nella sua tomba di sepolto vivo e l’ultimo martire dell’italianità tende stoicamente il fiero capo al boia. Non si passa impunemente in mezzo al fuoco. Sfiorando la vita degli eroi, entrando nella mente dei pensatori, qualche fiamma di quell’atmosfera ardente ci investe nelle meschine abitudini della nostra mente, ci scuote e ci sprona anche fra le strette del dolore. Trasportati in un vortice di luce e di purezza noi viviamo per alcuni istanti la vita degli esseri superiori. Sorpassandoci ci dimentichiamo e, fosse pure concentrato in una sola goccia, il balsamo dell’oblìo è pur divina cosa per colui che soffre.
L’AMORE NEI GRANDI UOMINI
Quella che fu legge provvida di natura prima ancora di divenire regola d’arte, l’armonia, dal firmamento immobile ove danzano gli astri alla terra che tutta ribolle del fermento di vita, sospira con uno de’ suoi più supremi aneliti alla fusione dell’essere umano oltre il limitato congiungimento comune a tutto ciò che vive. In altri tempi questa aspirazione si chiamava l’incontro dell’anima gemella.
Io non saprei come chiamarla oggi, e forse non è nemmeno necessario darle un nome, appartenendo essa al nucleo di conquiste che la rozza psiche dei nostri antichissimi padri fece sue attraverso secoli di civiltà sempre più incalzante.
Dalla istintiva concezione amorosa dell’uomo selvaggio che dovette consistere nell’afferrare la donna come una preda, alla sovranità femminile riconosciuta dai cavalieri e dai trovatori fino alle rivendicazioni suffragiste dei nostri giorni, il cammino è lungo e glorioso. Il così detto femminismo anzichè essere quella trovata moderna che appare a tutta prima non è che una tappa nella instancabile evoluzione dello spirito alla ricerca di mete più alte. Non sempre il movimento è progresso, spesso anzi non si fa altro che percorrere il circolo di una palestra scambiandolo per il giro del mondo, ma anche allora la divina legge dell’armonia veglia e aspetta.