Arduo è tuttavia il giudizio quando si vogliono spiegare alla stregua del nostro intendimento certe vie oscure per le quali procedono le forze della natura in urto al concetto che dell’armonia ci siamo formati noi stessi. Ricordo ancora l’accento sdegnoso di un giovane di grande ingegno mentre affermava che ogni persona superiore deve saper scegliere la persona degna del suo amore. Egli aveva dimenticato che i nostri sommi maestri nella scienza delle passioni dipingevano l’Amore cieco.

Tutto ciò è misterioso nella ignota attrazione degli esseri che dopo mille diverse definizioni non ne sappiamo ancora nulla e una grande meraviglia ci coglie ogni volta che assistiamo a squilibrati connubi di persone in assoluto antagonismo di educazione e di istinti. Si è tentato di spiegare ciò dicendo che i contrasti si attirano reciprocamente e che anche questa è una legge di natura. Ma a quale scopo se poi non conduce alla felicità?

A volersi internare in tale soggetto è certo che le vite dei grandi uomini ci offrono larga materia a commenti, incominciando da Socrate che figlio di saggia donna e saggio egli stesso si appaiò tuttavia così male con quella lunatica Xantippe. Perchè? — vorrei domandare al mio giovane amico sdegnoso; ma risponde un antico:

Amor che vien per le più dolci porte

Sì chiuso che no ’l vede uom passando

Riposa nella mente e là tien corte.

Il sorgere inavvertito dell’amore è detto qui benissimo e soavemente. Con maggior crudezza di espressione si potrebbe aggiungere che in ogni assalto di passione amorosa c’è quasi un processo di tradimento, di colpo dato alle spalle. Nemmeno un eroe potrebbe evitarlo. E quando il dardo è penetrato, quando «riposa nella mente» quale più ampia distesa e feconda di elementi psichici trasformatori della mente di un grande? Pensiamo: Se il ruzzolare di una moneta d’argento suggerisce a Rossini la sinfonia del Guglielmo Tell e il dondolio di una lampada getta nel cervello di Galileo la prima idea del pendolo, sarà tutto un mondo di visioni che sorge nella mente del poeta, dell’artista, del pensatore percorso dal dardo fatale. Basterà a lui una scintilla per farne fuori un astro, un fiore per evocare un giardino; e basterà un profumo, un suono, un colore, una linea per suscitargli la febbre creatrice del bello, nella quale la sua immaginazione ardente verrà poi cristallizzando il sogno generoso della sua anima fatta per le regali prodigalità del delirio.

L’uomo mediocre e bottegaio, avvezzo a misurare i propri slanci nello stesso modo che misura i propri quattrini, si guarderà bene attorno tenendo salda la bilancia del pro e del contro prima di abbandonarsi all’affetto. Ha per questo le maggiori probabilità di fare una buona scelta e la soddisfazione di ritenersi superiore a Socrate. Ma per Dante occorre appena che Beatrice appaia vestita di nobilissimo color sanguigno perchè «nella segretissima camera del core lo Spirito della Vita cominci a tremare fortemente», e la bella contessa Geltrude Cassi non fa altro che passare, florida noncurante e gaia per le sale austere del palazzo Leopardi, ma il pallido giovinetto piangerà per lei le sue lagrime più roventi e dallo spasimo del suo cuore fiorirà una delle più appassionate liriche d’amore che vanti la poesia italiana.

Che dire dell’impressione provata da Edgardo Pöe quando, trovatosi una notte d’estate in cammino verso Boston, scorge attraverso la cancellata di un giardino una donna vestita di bianco che passeggia solitaria? Egli non vede solamente la donna nella sua forma reale come la vedrebbe chiunque altro; egli vede «la luna cadente nel sogno e nel mistero quale fascia diafana di seta e d’argento sui volti aperti e attoniti di mille rose», e vede quelle rose morire «di una morte statica» e da lungi, nel silenzio altissimo, i viali, l’erbe, le acque, le piante «spegnersi a poco a poco nella luce di perla della luna» e solo rimanere l’incantesimo di due pupille levate su di lui «due Veneri in fulgor pria dell’aurora». Preparata così, la visione amorosa deve naturalmente salire a un diapason ove non è più possibile ragionare col criterio comune. Non solo dunque l’uomo superiore può come un altro cadere nell’inganno sentimentale, ma vi è meglio di chiunque altro esposto per le stesse forze della sua immaginazione.

Quanto la tavolozza è più ricca sempre più alta e più vivida sarà la gamma dei colori di cui l’illusione si ammanta. Se non fosse questa supersensibilità dell’uomo di genio il mondo non avrebbe i capolavori che il miraggio prima dell’amore, poi il conseguente disinganno ispirano all’artista, al poeta.