Noi sappiamo che sotto lo spasimo della passione, come Leopardi scrisse le strofe immortali del Primo amore, Donizetti pensò la musica straziante della Favorita, Musset le Notti, Chopin il Preludio in si minore, ed alle vibrazioni che destano in noi queste larghe echi di pianto il nostro cuore balza della ineffabile ebbrezza di sentirsi compreso; perchè anche noi abbiamo amato e abbiamo pianto, anche noi passammo attraverso le ansie di quelle ore che tengono sospeso sulle nostre fronti il brivido della morte. Leggendo i versi di Leopardi e di Musset, ascoltando la musica di Donizetti e di Chopin, l’impressione più immediata è quella di sentire battere vicino a noi l’ala di un’anima sorella. Ma non illudiamoci. È il medesimo effetto di prospettiva che ci fa credere delle nostre stesse proporzioni gli angeli e i santi colossali dipinti sulle vôlte delle basiliche.

Occorrono centinaia di rose per formare una goccia sola della essenza che serve ai Re di Persia e, quando la voce del poeta fruga negli anditi più riposti del nostro cuore spremendone l’intimo pianto, pensiamo che egli dovette piangere cento volte più intensamente per raccogliere da quelle lagrime l’estratto di arte che ha il potere di farci fremere con una nota, con una parola.

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Stabilito questo assioma della singolare sensibilità dell’uomo di genio, che fa di lui un essere esposto a tutte le vibrazioni, non bisogna dimenticare un altro fattore nella accusa fattagli di debolezza amorosa e di mancato discernimento.

Le persone prudenti che portano scarpe di gomma quando piove e un cache-nez quando tira vento prendono probabilmente meno infreddature di colui che si arrischia nell’imperversare della bufera solo per cogliere un effetto di luce o una sensazione di terrore e va ad esporre il capo libero quando infuria il temporale per conoscere direttamente la forza della tempesta. Sono anche, questi prudenti, animuccie parsimoniose che se acconsentono qualche volta a dare vogliono essere ben sicure di ricevere l’equivalente e non si sobbarcano all’alea di una passione, o affetto, o desiderio, o capriccio, senza essere ben sicure che la spesa vale l’acquisto. Hanno paura del dolore, temono il disinganno, e per questo mercanteggiano. Il loro potere amatorio è scarso, scorre appena una sottilissima vena di altruismo nel loro sentimento e vogliono risparmiare, pensano al futuro. Che sarebbe mai di loro se il turbine di una passione infelice entrasse nella composta architettura della loro vita e ne sfiancasse gli argini lasciandoli nudi in mezzo alla rovina?

L’artista invece, il poeta, il pensatore, quello fra gli uomini che più di tutti esercita l’altruismo ininterrotto di comunicare agli altri la fiamma della sua anima, non teme il disinganno, non ha paura del dolore. Poichè l’opera sua attinge continuamente alle fonti stesse del suo essere e sono le sue lagrime che gli forniscono la materia del canto, ed è col suo sangue che compone le occulte verità ignote alle moltitudini; poichè ogni sofferenza umana espressa nella forma della sua arte prima di elettrizzare gli uomini passa nel crogiuolo incandescente del suo cervello, egli apre le braccia alla bellezza, sempre, si chiami essa innocenza o voluttà, ebbrezza o martirio.

La commozione, elemento primo e indispensabile per creare, è talmente congiunta all’intimo istinto di queste creature privilegiate che riesce loro quasi indifferente il soffrire o il godere. Conoscere è ciò che urge alla loro inestinguibile sete. Sono attirate dal vortice della passione come il guerriero dal cozzare delle armi. La vita? La morte? Parole vane. La loro ragione di esistere è una sola: quella di sovrapporre la vita esclusiva del loro pensiero all’ammasso di bisogni e di abitudini che costituiscono la vita normale. Qualcuno che non le capisce le chiama egoiste perchè si trovano ben difficilmente a livello delle preoccupazioni di tutto il mondo e il cittadino che si scalmana per la refezione scolastica, la signora che ha appiccicato i numeri ai biglietti di una fiera di beneficenza guardano con alterezza diffidente l’individuo senza cuore che passa le sue giornate a cercare un vocabolo, una nota, o la combinazione di due colori, digiuno magari, cozzante colla fronte nei pali delle lampade che egli non vede a cagione del sole che brilla nel suo cervello.

Vi è poi nel fatto positivo di una simpatia fra uomo e donna (nostro punto di partenza) quella x incognita che fa sentenziare a Schopenhauer: «Qualunque sieno le smanie sentimentali ogni passione amorosa ha la sua origine nella attrazione dei sessi.» E sta bene. Questo spiegherebbe tutto. Solamente, l’arida soluzione ci lascia insoddisfatti poichè un oscuro legame deve pure esistere fra le vibrazioni sensorie e quelle psichiche, ed è certo che nella visione di una umanità completamente evoluta vagheggiamo questo sogno delle anime grandi congiunte nell’anima sorella.

I pochissimi fra i miei lettori che avranno avuto occasione di vedere nel palazzo Gamba di Ravenna il delizioso ritratto della Guiccioli non dureranno fatica a comprendere il folle amore di Byron per questa leggiadrissima donna; ma se pensano al successore del poeta, al fatuo marchese de Bussy che la Guiccioli si diede per marito dopo la morte dell’immortale amante devono concludere sospirando: «Ah! meritava maggior rispetto il cantore di Parisina!»

Una somigliante impressione di malessere ci resta in seguito alla lettura della vita di Goethe, di questo grande fra i grandi, l’olimpico, il magnifico Goethe, dalla intelligenza chiara e salda come cristallo di roccia, il quale, pare, non avrebbe dovuto far altro che sollevar l’indice per attrarre a sè una ideale donna. Ma il suo sogno d’amore non era così grande come il suo sogno di gloria; egli all’amore non chiese mai più di una morbida e fuggevole carezza. E quando, già avanzato di età, lo vediamo cadere nella seduzione di una fanciulla incontrata per caso lungo la strada e sposarsela diciotto anni dopo averla resa madre, l’aureola di colui che fu chiamato il genio del suo secolo si attenua un poco....