Perchè non seppero fare una scelta più felice delle loro compagne Chateaubriand, Sterne, l’austero Milton, il cavalleresco Azeglio, il nostro venerando Manzoni? E sui profondi dissidî dei coniugi Carlyle chi ci dirà l’ultima parola? E Balzac che attese otto anni l’ineffabile istante di unirsi alla contessa Hanska dalla quale voleva dividersi pochi mesi dopo? E Barbey d’Aurevilly, ingegno così acuto, e Nietzsche dal vasto intelletto, non si ingannarono forse entrambi dolorosissimamente adornando colla loro fervida immaginazione un poetico miraggio di donna che esisteva solo perchè essi l’avevano creata?
Fin qui i poeti e i romanzieri. Ma l’uomo dallo sguardo d’aquila e dalla ferrea volontà, l’uomo che nessuno potrà accusare di sentimentalismo, Napoleone, assai prima che la ragione di Stato gli imponesse il matrimonio di convenienza, non fu tutto preso, lui che doveva conquistare il mondo, da una donna nè molto giovane, nè molto bella, nè molto intelligente, voglio dire la volubile e superficiale Giuseppina?
Per contro prova della cecità amorosa degli uomini grandi riesce interessante uno sguardo dato agli amori delle grandi donne. Anche qui l’esempio incomincia da lontano. Chi era Faone? Altri giovani più avvenenti, più prodi, più saggi, più degni della vibrante anima di Saffo non esistevano in Mitilene? E Collalto Collaltino «il conte crudele» meritava egli l’amore disperato di Gaspara Stampa? Tanto per l’antichità. Ma la donna dal virile ingegno che fu madama di Staël ama l’essere insignificante che fu Narbonne; e madama Rolland dallo spirito così serio lo sciocco e vanesio La Blancherie. Marcellina Desbordes-Valmore, la prima poetessa di Francia, prodiga gli accenti appassionati della sua lira a un cuore che non la comprese e la Sand che conobbe i deliri amorosi di Musset, il biondo ed elegante poeta, si riaccende e scrive lettere infuocate a un oscuro leguleio di provincia, calvo, rachitico, miope, freddoloso, che veste una ridicola palandrana e porta tre o quattro foulards annodati intorno alla testa.
Tutto è mistero nell’amore, profondo, assoluto mistero. L’uomo di genio che scopre nuove forze della natura, che soggioga gli elementi, che crea una bellezza, che tiene nelle sue mani fatidiche l’arcano di mille vite, che pensa, che studia, che combatte, che strappa ogni giorno una vittoria sia alla materia bruta, sia allo spirito superbo, anch’esso, il grande uomo, nulla può contro l’amore.
IL SORRISO DELLA DUSE.
È destino di quasi tutte le persone che escono dalla folla e le si impongono, di restare per la storia immobilizzate nel gesto e nella posa che le rivelò per la prima volta e le rese celebri. Ora, questo gesto e questa posa non rendono mai la psiche intera; anzi molte volte la offuscano nel giudizio dei contemporanei e sempre in quello dei posteri. La coltura scolastica è tutta basata su questo preconcetto, su questa restrizione della psicologia a un simbolo determinato che, se pure è vero, ha il difetto gravissimo di essere unilaterale. Adamo sotto il suo albero, Cleopatra fra la perla e l’aspide, Alessandro colla spada tesa sul nodo gordiano sono disegni primitivi e dei primitivi hanno l’ingenuità e la manchevolezza. Ma noi non possiamo più accontentarci di semplici abbozzi, di un gesto staccato dal movimento generale, di una attitudine occasionale, che non abbia la sua rispondenza vibrante precisa e completa nell’intimo plesso dei nervi!
Così intorno a Eleonora Duse si è venuta formando una leggenda di dolore, che l’ultimo repertorio minaccia di consacrare all’immortalità, rivelando ai futuri nipoti un lato solo della personalità e dell’ingegno della grandissima attrice, la quale è grande appunto per l’estensione della gamma che sa percorrere.
Non si era ancora rivelata al pubblico dell’alta Italia quando io, domandandone a un giornalista di Napoli dove ella incominciava a sollevare rumore, gli chiesi «È bella?» — ed egli mi rispose — «Sì, quantunque la sua bellezza fragile e delicata non sembri di quelle destinate a ricevere risalto dal palcoscenico». Venne a Milano e Leone Fortis scrisse subito dopo la prima recita «Non è bella». Ella stessa poi confessava dolcemente e malinconicamente senza ombra di astio nè di rancore: «Il mio primo successo fu di bruttezza» esagerando per generosità il giudizio che un critico autorevole aveva espresso forse un po’ precipitosamente.
La verità è che Eleonora Duse presentandosi nei drammi lagrimosi, che la tradizione consacra specialmente al trionfo delle prime attrici, dovette rinunciare alla sua più grande bellezza, al raggio incomparabile che le illumina il volto, quando il sorriso tremolando ne’ suoi occhi che sono stelle si arresta sulla sua bocca che è un fiore. Questo sacrificio, una dei più grandi che possa compiere una donna, le ha fruttato la gloria. La Duse apparirà ai posteri col volto disfatto di Odette, di Santuzza, di tutte le creature di passione e di dolore che ella ha incarnate all’alba dei suoi successi; ma se i posteri crederanno ancora al suo ingegno, non crederanno alla sua bellezza, poichè tutte le fotografie, tutti i ritratti contemporanei la rappresentano nell’espressione del dolore; non escluse le fotografie fatte a Parigi che proprio non saprei lodare non esclusa la tela di Lembach ammirata alla terza esposizione d’arte a Venezia. Ebbene, io voglio dire questo per la verità: chi non ha visto la Duse sorridente non conosce la Duse.
La bellezza antica fatta di linee convenzionali, con un substrato di salute e di nervi inattaccabili, armonizzava col dolore antico. Nel saluto di Andromaca noi possiamo immaginare che le lagrime sparse per la partenza dello sposo, sebbene calde e sincere, non offuscassero di troppo gli occhi belli e le guance color di rosa della figlia del re tebano. La compostezza, il ritegno, la rassegnazione dell’animo non permettevano neppure alla fisionomia soverchi cambiamenti. Vediamo Niobe solenne e maestosa nel marmo che ha eternata la sua disperazione e sentiamo che noi, quella disperazione la proveremmo più violenta, più scomposta, più fatale all’estetica, e che le nostre membra e i nostri lineamenti resi convulsi dallo spasimo non potrebbero conservare le linee della bellezza pura, quale la voleva l’arte greca.