E ancora, leggendo certi romanzi d’altri tempi, ci meravigliamo che l’eroina dopo di avere attraversato innumerevoli prove, patito disagi, sofferto la fame, si trovi nel suo pallore più bella di prima; mentre di noi sappiamo benissimo che in circostanze simili non resterebbe che un povero cencio. Egli è che allora le donne erano un po’ nella realtà e molto nella finzione incomparabilmente più floride, più robuste, più resistenti; e quelle prove, quelle privazioni, quegli stenti, che appena le impallidivano senza alterarle, accrescevano l’incanto di una bellezza, alla quale non mancava appunto altro che la commozione.

Policleto, lo scultore che per il primo, dicesi, affrontò la posa sopra una sola gamba rompendo la tradizione arcaica della rigidezza, iniziò, precursore di secoli, il movimento ardito della scultura moderna ricercatrice anzitutto dell’espressione. E colui che seppe iniziare sul palcoscenico la sostituzione degli oggetti reali all’antico cartello che recava la scritta: qui si dovrebbe rompere uno specchio: qui si immagina l’entrata di un cavallo, era pur esso un pioniere del realismo a oltranza che ha bisogno anche in teatro di veri palpiti e di vere lagrime. La Lecouvreur in Francia, mentre trionfava il manierismo barocco, seppe portare sulla scena il fascino di una recitazione naturale e veramente sentita. La seguì la Desclée cogli storici slanci morbosi, ma sinceri, del suo temperamento appassionato. Eleonora Duse le riassume entrambe, più moderna, più vibrante ancora nella evoluzione di una psiche fatta trasparente a furia di sottigliezza.

Come si potrebbe chiedere a queste anime tormentate l’impassibilità estetica di Niobe e di Andromaca? Eleonora Duse quando soffre è livida, quando piange ha gli occhi gonfi, quando si strugge nell’inseguimento di un vano fantasma d’amore ha le guance divise da un solco autentico, profondo, che la invecchia, che la fa sembrare brutta, e tutta la sua persona si accascia, si annienta. La voce sola rimane, voce incomparabile di donna che scompare nell’olocausto alla grande idealità dell’arte.

Poichè dunque le parti dolorose hanno dato la celebrità a Eleonora Duse, e poichè nella sofferenza ella cede la sua porzione di bellezza e in tale attitudine di rinuncia ella fu ritratta e dalla fotografia e dal pennello e gran parte del pubblico la conosce solamente così, io voglio proclamare alta e forte la bellezza del suo sorriso.

È così breve la scena del ritorno dal teatro nel 1º atto di Odette! così breve quella del brindisi nel 1º della Signora delle Camelie, seguite entrambe da scene strazianti che le cancellano dalla mente dello spettatore. Tuttavia quale incanto in quei pochi momenti! Appena le esigenze del dramma concedono alla Duse il possesso naturale della sua personalità, noi vediamo una signora squisita, che sa scherzare e farsi fare la corte e offrire una tazza di thè, e motteggiare e schermirsi con una luce negli occhi e fra le labbra che attira i baci. Chi oserebbe dire che non è bella la Locandiera con quel suo guarnellino rosso fiammante quando declama i versi della Nonna:

Viva Bacco e viva Amore,

L’uno e l’altro ci consola;

Uno passa per la gola,

L’altro va dagli occhi al cuore?

E Pamela, la deliziosa ingenua tanto biricchina? Perchè nessun ritratto la ferma agli sguardi sotto una di cotali spoglie seducenti, mentre il movimento interno della letizia imprime a tutta la sua figurina una giovinezza meravigliosa e pare che attraverso le lagrime sparse da’ suoi begli occhi un ricordo lontano (forse sognato) di illusioni e di follie danzi nell’iride nera delle larghe pupille? Coloro che videro quel sorriso devono provarne la nostalgia; così restano nei recessi più palpitanti della memoria certi incantevoli mattini di primavera tutti trilli di allodole e rosai in fiore.