E perchè Eleonora Duse, non solo ammirata ma amata in tutto il mondo, non si fa ritrarre nella attitudine semplice e piena di franchezza di quando riceve una visita? Perchè non offre alla lente fotografica il suo sguardo incantatore di donna e di veneziana, dove la gaiezza di uno spirito vivace è in continuo contrasto coll’ombra di un pensiero malinconico, ma non tanto da impedire a tratti l’irradiamento di una amabile malizia? Ah! solo il pennello di Leonardo avrebbe potuto ritrarre l’espressione inquietante e indefinibile di una bellezza tutta di luce e di mistero, scura come i canali della sua laguna e al pari di essi punteggiata da raggi d’oro.

IL SENTIMENTO NELLA POESIA di GIOVANNI BERTACCHI.

Ricordo un giorno d’estate, or non sono molti anni; percorrevo la rupestre via che da Campodolcino sale allo Spluga costeggiando il piccolo e ridente Liro tra praterie intense di verde e silenzi lontani di vette, sempre più ripide, confuse nel cielo.

Un uomo camminava dinanzi a me; nero l’abito, lento il passo, il capo chino; la sua persona snella si tagliava netta su l’azzurro dell’aria. Mi parve di riconoscerlo, ma in qual modo richiamare la sua attenzione? Non era abbastanza in confidenza da gridarne il nome nel bel mezzo di una strada, sia pure di campagna. Professore? È certamente il titolo che gli compete, ma mi suonava ostico e goffo là in quel paesaggio di naturali bellezze dove tutto era semplice e schietto. Guardai il cielo, le acque, i monti, l’erba e dissi a voce alta: Poeta! Egli si rivolse. Era lui, Giovanni Bertacchi.

Parecchie volte ebbi in seguito occasione di rivederlo, o nel fido ritrovo in Galleria, o nelle adunanze dove la sua parola alàta suscitava i più caldi entusiasmi. Ricordo il discorso tenuto al Teatro della Scala per la Lega Navale che fu una specie di rivelazione, tanto l’abituale ritrosia del Bertacchi seppe innalzarsi al livello della circostanza nobilissima e mentre il poeta sgranava come da un filo di perle le più lucenti immagini della fantasia, la voce di quell’uomo esile e delicata penetrava senza sbalzi, limpida e ferma in ogni angolo del teatro. Egli fu magnifico di sicurezza nell’accenno alle due sorelle del confine orientale che nutrivano di speranza il loro esilio. Si era ancora lontani dalla guerra coll’Austria, ma il pubblico comprese a volo e un vivacissimo applauso fece battere in quel momento molti cuori.

Giovanni Bertacchi, modesto pioniere che aveva recato sotto la volta del maggior teatro italiano e alla presenza di un Principe di Savoia il voto lunganime della Nazione, mi parve grande.

E sempre, nei discorsi pronunciati poi, nelle conferenze, in certe improvvisazioni piene di sapore e di originalità, l’anima del poeta mi si riconfermava in quel suo mirabile accordo fra la vita reale ed il sogno che fa di lui uno dei poeti meglio equilibrati della nostra letteratura.

Ma se voglio spiegarmi la precisa individualità di Giovanni Bertacchi mi è d’uopo rievocarlo qual io lo vidi in quel giorno di un morente estate sulla via dello Spluga, tra i prati verdi che costeggiano il Liro e le alte montagne piene di silenzio.

Giovanni Bertacchi è il figlio genuino della sua terra. Tutto ciò che raccolsero di calore le zolle soleggiate degli altipiani, tutto ciò che concentrarono in aromi le resine dei boschi, e la trasparenza delle luci e la purezza delle linfe e la sana fecondità dei germi deposti dai secoli sui muschi immacolati, tutte queste forze segrete della natura adunate intorno a un cervello di pensatore, lo plasmarono così libero e sicuro d’onde i canti che egli getta al vento e alle selve, figliazione spontanea di un connubio d’amore fra l’anima e le cose. Egli stesso lo dice. Dai trucioli biondi che il padre sollevava lavorando al torno, dai ceppi di faggio spaccati nel domestico cortile, dalle slitte salienti nella neve o dai faticati cavalli sotto le pesanti diligenze, dai datteri scuri e dalle melarance d’oro che giungevano per l’Epifania al fondaco materno suscitando nella infantile fantasia visioni immaginarie di esotici paesi dai nomi strani.

Tutti gli schemi dei pensier futuri