Mi piace chiedere questi modesti appunti sopra una poesia che amo col riprodurre uno scorcio ammirabile, di sei versi appena, che mi sembra un piccolo gioiello
Fummo per poco in un grand’orto in fiore;
poi ciascuno tornò l’anima sola
riaffacciata alla sua landa brulla.
Fummo... Oh certo imparò tutto il dolore
chi ne’ suoi giorni udì questa parola,
questo tonfo dell’anima nel nulla.
Non saprei dove trovare in altri ridotta al minimo di parole in una forma purissima e cristallina, l’eterna vicenda dell’amore. Fedele alle immagini che gli offre la natura, il poeta rappresenta questo stato d’animo come un grande orto fiorito nel quale i papaveri spiegano al vento le loro tuniche vermiglie, gonfie di passione e i fiordalisi tremuli sui loro steli guardano ansiosi e timidi coi loro occhietti azzurri, mentre i gialli ranuncoli squillano la fanfara della vittoria sul popolo minuto delle erbe senza nome che profumano in silenzio, quasi taciti riti compiuti nell’ombra.
E veramente tutte le illusioni balzano, ondeggiano, profumano nei nostri cuori quando vi nasce l’amore. Un grand’orto in fiore! È così. Stringata in tre brevi parole ma compiutamente intera è l’inevitabile evoluzione: fummo per poco.
E poi quel ritorno di ciascuno alla realtà della propria vita anteriore, alla landa brulla che era prima, che sarà ancora l’esistenza dopo quell’immenso sogno di felicità. Non una parola di più, non una parola di meno. L’epilogo è un tempo di verbo: fummo! ma così preciso, così violento che noi sentiamo l’anima del poeta esulare dal proprio dolore verso i limiti inafferrabili del dolore umano come un vero tonfo nel nulla.