— E per una sciocchezza, questo è l’assurdo.

— Chi? Chi? — chiesero ansiose le signore stringendosi intorno al narratore. — Chi deve battersi? Perchè?

— Una sciocchezza, una sciocchezza, — continuava a ripetere il giovine scuotendo da destra a sinistra la testa impomatata. — Si parlava di cappelli tirolesi, figuratevi! Qualcuno nominò il Trentino. “Che Trentino! disse il barone. Il Trentino politicamente e normalmente non esiste; è un paese bastardo„. Allora quel signore nuovo, quello che fu presentato questa sera, credo, quel Moena, gli fu addosso con un balzo gridando: “Ritiri subito la parola bastardo che è un insulto ad una delle più nobili terre italiane„. Naturalmente il barone non volle ritirar nulla. L’altro, ostinandosi, pretendeva che ritirasse. A un secondo diniego del barone l’insensato grida: “È bastardo chi rinnega il proprio paese„. “Faccia il nome se osa!„, urlò il barone. E il suo nome gli fu gettato sul volto come un guanto.

— Ooh! — fecero le signore.

Il vecchio principe, un po’ pallido, chiese:

— Non si è tentato di intervenire?

— Certamente; ma quel Moena sembrava un pazzo. Non fu possibile fargli intendere la ragione. Pensare che l’origine di tutto ciò è un cappello....

— Cioè, cioè, — interruppe il principe.

— Sì, capisco, ma via, non era il caso di fare una simile quarantottata proprio la prima volta che si è presentati in una casa.

Tutti approvarono. Una signora che portava al collo ventimila lire di perle e altrettante le baluccicavano in brillanti soggiunse: