Poche ore dopo, dall’ampio terrazzo che domina la piazza, la signora assisteva alla gloria del tramonto i cui ultimi raggi avevano già abbandonato il Dos, rifugiati sulla cima delle più alte montagne, indugiando in un dispiego di veli sanguigni striati di punti d’oro. La crocetta della chiesa di Sant’Apollinare, in basso, presso l’Adige, emerse per un istante o ella credette di vederla, memore del luogo antico e del piccolo cimitero dove riposano i padri all’ombra della loro fede.
Immediatamente sotto a lei, intorno al monumento del Grande, suonava la banda militare e passeggiavano i cittadini a lento passo sparendo e ricomparendo d’in fra gli alberi novellini, nella cinta della graziosissima piazza, collo sfondo della neve sulla cresta dei monti più lontani.
Erano uomini, erano donne e bambini, come dovunque. Erano vesti chiare, pennacchietti brillanti, ciarle e risa. Era la vita, la piccola vita individuale che si svolgeva in tenui fili dalla matassa aggrovigliata della vita comune. Affari, piaceri, amori, speranze, tradimenti, lutti, rinascite, tutto ciò fluiva sotto gli occhi della spettatrice che pur non volendo dimenticare il dolore intimo di quella gente lo andava indagando di gruppo in gruppo e soffermavasi con acuta penetrazione sui capannelli degli studenti, per passare egualmente acuto e penetrante agli ufficiali dalle divise variopinte, dal portamento spavaldo sotto i ciuffi di mortella dei loro kepy in forma di vasi di fiori rivoltati. — Però le fanciulle non li guardano, — pensò la signora con orgoglio solidale di sesso.
Così, isolata, mirando dall’alto la folla, quel terrazzo le parve a un tratto un simbolo della sua vita. Non aveva ella al pari di quelle fanciulle, di quelle giovani donne, percorsi i viali verdeggianti del sogno? non aveva spiccato fiori sui suoi passi? e ciarlato e riso agitando veli bianchi e veli rosei dinanzi all’invito di pupille innamorate? Una bronzea figura di poeta non aveva indicato alla sua anima schiava le vie della liberazione oltre i confini segnati da prepotenti passioni? Quante musiche soavi avevano accompagnati i suoi ritmi! Quanti raggi si erano posati sulla sua fronte, avevano lambiti i suoi capelli, le erano scesi ardenti e turbatori al cuore! E i purpurei meriggi succedendo alle rose dell’alba non le avevano preparato la pioggia delicata delle viole nei vesperi sospirosi di che s’era inebriata fino allo spasimo?
Ed ora, ecco, riposava tranquilla su quel terrazzo, affacciata alla vita degli altri, mentre la notte stava tessendo alle sue spalle il nero manto dell’oblio.
Giovinetta, aveva qualche volta pensato con terrore all’istante fatale della trasformazione. Certo se a vent’anni lo specchio che rimanda il fresco volto in cui s’aduna tutta la gioia di quell’età dovesse immediatamente sostituirvi la pallidezza sfiorita dei quarant’anni, una donna morrebbe di dolore; ma il passaggio avviene per gradi, per lievi insensibili gradi dove l’illusione spegnendosi a poco a poco attutisce i desideri e sui campi disertati dall’amore aduna le molli letificanti carezze della rassegnazione. Ella se ne era già imbevuta. Era l’albero che dati al vento i suoi pollini e i suoi profumi, dati alla terra i suoi frutti e il germe dei frutti futuri, sta ritto nella casta e appagata nudità del suo tronco non vissuto indarno. Era la fontana che zampillava un giorno in getto protervo iridescente al sole, fulgida di tutti i colori della terra e del cielo, sonante per gli echi della selva, florida dei pingui muschi che la cingevano di velluto e che pure ridotta a un sottile filo d’acqua vede ancora la rondine fedele attingere al suo umore e sostare nelle tiepide sere gli amanti attirati dalla sua mesta solitudine.
Placido così il distacco dalla sua giovinezza, non strappo brutale, sibbene un lento cedere di forze, un digradare di colori, uno scambio di visuali per cui da combattente si era fatta spettatrice. Tale sensazione specialissima nella quale la dolcezza si fondeva alla malinconia, ma una malinconia senza rimpianti, una malinconia alata che sfiorava sorpassandoli i perduti beni, trovava in quell’ora del tramonto, in quel posto, in quella città bella e dolorante la sua estrinsecazione più compiuta. Ella si sentiva una cosa sola coll’aria, colla luce morente, colla solitudine del terrazzo, col primo arco di luna apparso timido in cielo. I sensi, la fantasia, gli affetti, tutto era calmo in lei come la dolce sera estiva, della calma pensosa di chi ha vissuto e non chiede e non desidera e non attende più nulla.
La banda aveva finito di suonare. I capannelli ciarlieri diradavano intorno al monumento di Dante e ad essi si veniva sostituendo un raro passaggio di solitari affrettati verso la città. Appena una indistinta coppia nella zona degli alberi appariva e spariva con caratteristica lentezza indugiando dove più fitta calava l’ombra; poi anche quella dileguò e la piazza rimase deserta con nel mezzo l’alta figura del suo poeta.
Notte! parola e cosa affascinante. Ogni rumore omai era cessato, ogni movimento, ogni segno di vita. La città dormiva assorta nelle memorie, cullata dalle speranze, sulla porta socchiusa del sogno. Solo la stazione co’ suoi larghi occhi di fiamma vegliava, sentinella vigile del domani che si avanza in silenzio.
Una singolare forza di attrazione teneva la signora immobile sul terrazzo, avvinta da una indicibile dolcezza nuova, così soave e penetrante e lieve che quasi non sentiva più il corpo; la brezza stessa fresca e pungente che le stringeva le braccia sotto il velo onde erano coperte le dava un brivido vago di carezza immateriale, di sensazione indefinita, come un palpito che non fosse nato ancora e pur vivesse nel profondo dell’essere, nel mistero della notte, nell’aria, nel cielo, nella rugiada sparsa, nell’invisibile giro degli atomi, nel sospiro eterno delle cose.