Non entrò veramente: sedette su una panchina all’aperto chiedendosi che cosa avrebbe offerto a Moena per passare la giornata di domani. Un quartetto di musicanti girovaghi sulla soglia dell’albergo suonava per il diletto di due vecchie inglesi. La sera era dolce, serena: le note si spandevano armoniche sotto un pergolato di clematidi mezzo sfiorite; macchinalmente la signora raccoglieva i petali che le cadevano in grembo e li accostava alle labbra. A un tratto Moena le fu d’appresso:

— Come, è già qui? E il pranzo?

— Lo stanno preparando.

Il giovane parlava a scatti, guardando nel vuoto. Si pose a descrivere il suo alloggio e la signora descrisse il paese, poi soggiunse:

— Sono i luoghi dei quali abbiamo parlato senza immaginare allora che ci saremmo trovati insieme.

Non disse quanto ne fosse meravigliata e un po’ anche inquieta, per non offenderlo. Era in lei vivissimo il desiderio di mostrarsi gentile, ma il pensiero del breve tempo che si conoscevano le ingombrava la mente di punti oscuri che la rendevano perplessa.

L’orchestrina intanto suonava un notturno. Essi stavano seduti sulla medesima panchina, lontani l’uno dall’altra, e ascoltavano. Il tempo passava; ne passò molto, placido, tranquillo, su quello spianato quasi deserto, dinanzi all’albergo quasi vuoto, in un silenzio che la musica sembrava accompagnare come avrebbe accompagnato una canzone. Alfine la signora si sentì in obbligo di rammentargli il desinare.

— Oh! c’è tempo, — fece Moena con tale accento staccato e deciso che anche alla signora parve che il tempo veramente si fosse arrestato.

Tornarono ad ascoltare la musica e tratto tratto a bassa voce si scambiavano una parola, una impressione; raccolti ognuno ad una estremità della panchina, contegnosi eppure non indifferenti.

Era in entrambi un vigilare di chi si avventura per sentieri nuovi verso una mèta indecisa, attraente ed ignota. Non si vedevano in volto, ma la voce che usciva dai loro petti somigliava un arpeggio iniziale di interne armonie; e nell’aria e nel cielo e nella sabbia fine che la signora avvertiva attraverso l’esile calzatura con una singolare sensazione di piacere, che il giovane incideva con la punta della sua mazza, pensoso, fremeva il mistero di un incantamento.