Ripresero le loro conversazioni a scatti, note un po’ disordinate che si levavano ansiosamente dai loro petti nella ricerca della nota giusta, fremiti di corde sfiorate appena, arcate di violini morenti in un sospiro. Dal giorno che si erano trovati al cimitero, quando per la prima volta venne pronunciata fra loro la parola amore, l’argomento ritornava sovente a tentarli coll’inebbriante sentore di un giardino pieno di rose, non ancora dischiuso, ma vicino; e quel parlare d’amore fra due persone che si amavano senza esserselo ancora detto, fra una donna intelligente e un uomo delicato, sottilizzava l’essenza fino alla vaporosità di un etere. Era ciò a cui pensava Moena:
— Le persone grossolane hanno in amore un piacere solo. I sensibili ne hanno mille.
— I sette veli d’Iside destinati a coprire il mistero, — rispose la signora con un ardire a cui la purezza de’ suoi sguardi toglieva ogni interpretazione equivoca.
— Sì, — riprese Moena convinto, — perchè, ammettendo pure che la meta sia una, è la scelta della strada e il modo di percorrerla che ne stampa la nobiltà.
L’aforisma era ardito, tuttavia prima ancora di poter riflettere ella mormorò:
— È vero.
Approvando così la signora si raffigurava i pellegrinaggi compiuti fra i digiuni e le privazioni, i devoti giunti scalzi, in ginocchio, dinanzi al simulacro del Dio, È una via di passione quella che conduce al cielo. Come si intendevano sempre!
Ma più la giornata scemava volgendo alla fine, una inquietudine singolare si impossessò di lei. Vedeva con ansia avanzarsi la sera. Avrebbe egli mai proposto una seconda passeggiata nel bosco? Questo pensiero che le sarebbe parso una profanazione dell’ora divina le riusciva intollerabile, sopratutto perchè Moena non sarebbe più stato Moena, quanto dire l’essere di tutte le finezze, di tutte le spiritualità. All’ora consueta essi ben si ritrovarono quasi sul limitare del bosco con quel pensiero unico inconfessato che li riempiva di una indicibile ebbrezza e di uno sgomento delizioso, ma nessuna parola venne a interrompere il duetto muto delle due anime. Sedettero sulla solita panchina, lontani l’uno dall’altro, bevendo il loro silenzio ardente.
Il giorno appresso la signora, richiamata da un telegramma di affari, si stava preparando alla dipartita e togliendo il volume di Carducci dal nido di trine e di batiste dove lo aveva tenuto sepolto tutti quei giorni decise improvvisamente di riportarlo a Moena in quel suo piccolo albergo che ella vide sorgere tutto roseo in mezzo al verde. Non si aspettava di trovarlo in casa. Egli era là seduto sotto il breve portico; leggeva. Quando la vide si alzò senza dimostrare alcuna meraviglia. Semplicemente volle che entrasse, che sedesse anche lei, un momento almeno, sotto il portico.
Tutto era luminoso; l’ora, il luogo, il breve portico riparato da una tenda, il piccolo giardino pieno di rose, la giocondità dei loro occhi che si guardavano insaziati cogliendo l’attimo. Egli aveva avuta l’intenzione di uscire e non era uscito.... I loro pensieri si incontravano dunque anche lontani? Cos’era? cos’era quel fascino che li avvinceva sì tenacemente? Moena disse a un tratto: