Risero. Il signore alto di mezza età, che portava una corona chiusa nel suo stemma, di un riso sottile un po’ fesso; l’altro con una specie di chioccolamento grasso non molto dissimile dal rumore di un sacco di scudi rivoltati.
— Io in fatto di aritmetica femminile preferisco la più semplice: i vent’anni, per esempio, della marchesina. Non c’è nulla da scalare lì.
— E quant’è carina stasera con quell’abito bianco verginale che nulla mostra e tutto rivela! È come le vetrine delle modiste alla moda dove si avverte che i prodotti migliori si trovano all’interno.
Risero di nuovo, il vecchio signore aristocratico e il giovane plebeo arricchito, nella comunanza di una vita che alle antiche divisioni nobiliari ha sostituito l’eguaglianza del denaro, spinti dalla necessità di sostenersi a vicenda, l’uno democratizzandosi con grazia forzata, tentando l’altro di salire col balzo di un paio di generazioni audaci a raggiungere le conquiste di nove secoli.
— Che musica divina! — esclamò la signora vestita di lilla senza rivolgersi particolarmente a nessuno, per sfogo proprio, socchiudendo gli occhi sopra una visione che ella sola poteva vedere.
La grossa marchesa esclamò pure con un sospiro profondissimo:
— Ah! quel Wagner come doveva conoscerlo l’amore!
Un ufficiale delle Guide che stava in piedi vicino alla signora vestita di lilla cercando da qualche tempo sulla punta de’ suoi baffi rispose a caso:
— La pratica non gli doveva mancare.
— La pratica non basta, — soggiunse la grossa marchesa, — ci vuole il temperamento.