Non disse quanti pensieri vi aveva rinchiusi. Forse egli li avrebbe ritrovati più tardi. Immaginare che li avrebbe ritrovati, che avrebbe posato la mano, la faccia forse, forse la bocca in quelle pagine tutte piene di lei, le faceva passare un brivido sotto la pelle. Egli lo sentì.

Alla sera, ancora, il ricordo del bosco li ossessionava. Si portarono inconsci fino al limitare di esso. Teneva la signora appoggiata la mano sul braccio di Moena, senza stringerlo, in un contatto quasi immateriale, ma ad un certo punto, pavida, lo premette retrocedendo.

— No? — fece lui pianissimamente, come un soffio.

— No, più.

— Oh! avevo tanto temuto che ella lo richiedesse, — esclamò il giovane con un prorompere di giuliva dolcezza.

— Ed io? Ed io dunque?

Si strinsero un istante nella gioia di sentirsi sempre più compresi, sempre più uniti; ma il passeggiare li stancava. Sedettero sopra un rustico sedile ombreggiato da un tetto di paglia e da tralci d’edera.

La loro commozione era al colmo. Moena, più ancora di lei appariva accasciato da una lotta interna, riverso sul sedile, colla fronte tra le mani. Soffriva. Il silenzio era altissimo; l’ombra cupa si frastagliava appena in qualche chiazza di luce, riverbero di lumi lontani, ricordo fioco di una vita che non era la loro.

— Ah! se non è questo amore....

Le parole, soffocate, ella più che intenderle le indovinò. Maternamente gli pose una mano sui capelli, penetrata del suo soffrire, tutta assorbendo quella sincerità d’uomo che saliva a lei in uno di quei momenti di dedizione assoluta che trasfigurano il senso elevandolo alla poesia del mistero. Lo chiamò pronunciando il suo nome per la prima volta.