— Ariele.

Egli si sciolse. Chinandosi soggiunse ella con dolcezza:

— Siamo forti. (Ma tremava.)

Sorsero entrambi, ciechi e muti, barcollando nell’ombra. Un tratto Moena le cinse il fianco, lieve. Ella ansimò. La bocca di lui si avvicinava, ardente, cercando. La donna, tremebonda, sfuggiva ritorcendo il volto.

— Perchè.... perchè? — supplicava il giovane.

Alfine, lento, senza un grido, il bacio si staccò dalle loro labbra come frutto maturo che il ramo non può più sostenere. Lo assaporarono essi in un attimo di indicibile dolcezza senza più pronunciare parola, confusi, tremanti, serrando in cuore il loro dolce segreto.

Quella notte Moena non chiuse occhio. Balzato dalle coltri arroventate sul far dell’alba andò solo a passeggiare nel bosco aspettando l’ora di potersi presentare alla signora. Doveva essere quello il loro ultimo convegno, avendo preso l’accordo che egli sarebbe partito prima di lei. Intuiva di chiudere un periodo unico nella sua vita e una grande tristezza si mesceva al ricordo dei giorni trascorsi in una estasi di sogno. Presso a nessuna donna si era sentito così felice, mai.

Nel passare dinanzi al capanno che la sera innanzi aveva protetto il loro bacio si arrestò con una sensazione di tremore quasi religioso. Un esile tralcio d’edera pendeva al posto stesso dove le loro labbra si erano incontrate. Egli colse una fogliolina appena appena dischiusa a quel posto, fiore del loro bacio, fragile e gracile tanto che stava per suscitargli il rimorso di averla colta, così novellina e piccola, ma pensò subito: anche il nostro amore è novellino, — e sorrise del suo raro e breve sorriso. Tenendo la foglia con grandi precauzioni sul palmo della mano rientrò all’albergo e volle subito collocarla nel volume di Carducci, alla pagina intitolata Panteismo, sulle parole ultime: “Ella, ella t’ama„.

Fu interrotta la soave occupazione da una lettera che Moena ricevette e lesse rapidamente tutto alterato in volto nello spasimo di un brusco trapasso. Quando si presentò poco tempo dopo alla signora la sua fisionomia non era ancora ricomposta; solo udendo che la signora aveva passata una cattiva notte e si alzava allora, ebbe un sussulto quasi di gioia. Anche lei, dunque?...

Ma l’accordo non si stabilì. La signora avvertì subito negli occhi di Moena un pensiero al quale ella era estranea. Si aspettava di trovarlo più tenero, più ardente, desolato della loro separazione. Il dubbio che la sua condiscendenza della sera prima ne avesse intiepidito l’affetto la indurì, suggerendole parole fredde e altere. Pure avevano toccato insieme le soglie di una ebbrezza ideale, e il loro pallore e il cavo livido degli occhi parlavano della visione unica che li aveva tenuti desti entrambi. Per quale ragione Moena appariva inquieto e distratto invece di concentrare in quegli ultimi istanti tutte le passate dolcezze?