Appena furono partiti corse ad aprire le finestre e nell’aria pura che entrava respirò a pieni polmoni, sollevata, libera; libera finalmente! Rientrò poi nella stanza misurandola a passi rapidi, mettendo a posto una sedia, un ricamo; la sua persona le apparve di traverso in uno specchio e si piacque: un’onda di gioia la invase tutta. Disse forte: Moena! Moena!...
Se quando la prima volta che lo vide ed ella aveva pensato: Quale donna passerà nel sogno di quegli occhi? una voce le avesse mormorato all’orecchio: Tu!... Ancora le sorgevano tali momenti di meraviglia, ancora le accadeva di chiedere a sè stessa: Possibile?
La singolarità di quell’amore che stringeva in una rigida acerbezza di bocciolo fermenti insospettati di frutto maturo, che univa a frigidi candori di alba la porpora magnifica e spasimante dei tramonti per cui palpita in cielo tutta la morente voluttà della luce, la innalzava a uno stato di estasi panteistica come se convergessero in lei per vie di mistero le forze generatrici della natura creando nel suo seno il miracolo della giovinezza eterna.
Solo uno che dal sepolcro risorgesse, serbando memoria di essere stato morto e sulle sue ossa scheletrite vedesse rifiorire la carne, e sentisse battere i suoi polsi, ed alzarsi dall’immoto cervello il volo dei pensieri, ed affluire il sangue al cuore ricco di tutti i desideri della vita, quello solo poteva comprenderla: ma quell’uno non esisteva! E tutti gli altri che vedeva intorno, uomini e donne, si muovevano sulla pista dell’esistenza comune, avevano un’altra voce, pronunciavano altre parole; i loro gesti ripetevano per lei l’inconsistenza dei gesti di un automa. Forse erano fantasmi? Forse invece erano semplicemente uomini e allora era lei stessa che si trovava fuori della comunità, salamandra viva in un cerchio di fuoco, trasfigurata, transumanata. Ebbene? La coscienza di poter offrire un amore raro, di rispondere veramente al bel nome di Unica che Ariele le aveva dato, sosteneva il suo orgoglio all’altezza del suo amore.
Poichè il bisogno dell’eterno aveva tormentato senza consumarlo il suo spirito ardente, ella si slanciava con rinnovellato trasporto alla conquista del suo ideale. Confusamente in alcuni istanti, chiarissimo in alcuni altri, il pensiero che Ariele non avrebbe potuto conservarsi suo per sempre ed esclusivamente suo non era di ostacolo al prorompere della passione, nello stesso modo che alberi e sassi e dighe non arrestano l’impeto della bufera quando in essa si scatena la furia degli elementi; ma sovra tutto ella pensava che se l’ebbrezza d’amore è fugace, restare quale ricordo al sommo di una bell’anima, come altare in una coscienza, come faro in una vita, fosse tale premio che ben meritasse di affrontare amarezze e dolori e lagrime infinite.
Le deliziose parole di Ariele “Come nessuna mi ebbe, come nessuna mi avrà„ le stavano fisse nel pensiero e le ripeteva follemente. Se anche ciò non dovesse essere vero nel futuro, nessuna forza umana cancellerebbe il divino istante in cui egli le aveva pronunciate con piena fede. E che cosa è la felicità se non uno di cotali istanti la cui memoria irraggia tutta una esistenza? Poter dire: “Ho amato; fui amata; i tesori della terra i segreti del cielo mi furono rivelati in un bacio„, non è mescersi alla immortalità del tutto, non è afferrare la vita nella sua intima essenza, forse nel suo unico perchè?
Oh! una sera, quale luce straordinaria era brillata nelle pupille di Moena abitualmente velate e gravi! una luce azzurra che accendendosi improvvisamente ne aveva mutato il colore dell’iride, mentre egli la guardava a fondo, tenendola per i polsi in un desiderio ambiguo di allontanarla oppure di attirarsela violentemente sul petto, e un riso di voluttà, di sfida inconsapevole, faceva palpitare l’ugola a lei, quasi riversa! In quell’attimo la giovanile bellezza di Ariele rifulse così trionfante che il suo godimento a guardarlo se ne era esasperato fino alla sofferenza. Nulla vi poteva essere di più, nulla!
Ella sentiva che quella intima comprensione, quell’estasi, quell’amore condiviso e pieno non calmava la sete che aveva di lui; che quando pure si fosse saziata di tutto il suo corpo non lo avrebbe mai stretto abbastanza; che gli occhi, le braccia, la bocca non riescono a imprigionare l’anelito supremo di un’anima sitibonda di assoluto, che va fino all’annientamento, alla distruzione, alla morte, — e quando la passione raggiunge tali vertici oltre cui non vi è posto che per Iddio, la creatura mortale può alzare orgogliosa la fronte: ella ha toccato l’eterna verità; ma può anche morire, perchè la vita le ha dato tutto ciò che poteva dare.
IX.
Una separazione ancora; calda, fremente, senza promesse, come l’altra.