Ricordava in modo singolare l’impressione avuta da un luminoso meriggio sulla fine di marzo, con quella luce d’oro trasparente nel cobalto dell’aria propria della stagione ventosa; e quella gaiezza impaziente dei mandorli che fa sprigionare i fiori prima delle foglie; e le folate di pollini misteriosi, di odorose pelurie roteanti a sciami nei raggi del sole, sotto il volo delle rondini; e i terrazzi e i balconi spalancati dove le donne affrancano con un filo di ferro i vasi delle violacciocche; tutta la primavera sorridente intorno a lei, alla sua giovinezza ammalata.... Ah! la sottile malinconia che l’aveva presa scorgendo in un giardinetto due vecchie ritte a ciarlare tra le aiuole di prezzemolo novellino; ritte su due piedi e salde, mentre lei non poteva abbandonare la sedia a sdraio.... Ridevano, le vecchie, accentuando le rughe dei loro volti incartapecoriti, coi cernecchi grigi che danzavano nel vento; e un giovane can volpino ubriaco di primavera ad ogni po’ addentava le loro gonne con uno squassone tanto forte che le faceva traballare. Allora ridevano, ridevano più ancora, le vecchie....
Anni o secoli erano trascorsi? Non li volle contare. Il rogo si colmava di croci e di bare; ma una scintilla si era accesa là dove il regno della morte aveva già steso le sue ombre acquietatrici. Una scintilla piccola dapprima, quasi inavvertita, — una fiammolina tenue, un po’ fredda ancora ed incerta, saliente serpentina con moti tardi, con indugi timorosi, — un istante di sosta in un tepore dolcissimo, — un occulto fremito, — un improvviso accendersi poi e un divampare magnifico in lingue di fuoco balzanti alla conquista, irrompenti, dominatrici, folli, assurde, — raccogliendo nella festa dei loro colori la tenerezza madreperlacea delle albe, l’oro dei meriggi ardenti, la sanguigna porpora del tramonto, — ed in quella ebbrezza di combustione come il pulsare di mille vite in una delirante ora di febbre.
Rogo d’amore! La poesia del simbolo rispondeva alla poesia della fiamma: la vedeva ella e la sentiva veramente nella intensità delle sue carezze più profonde di un morso; già le carni le scottavano, già un primo grido di spasimo attraversava il piacere, già la fiamma le era cintura, manto e casco, — il rogo la investiva tutta. Il rogo la investiva tutta ed ella cantava in mezzo alle lingue di fuoco le glorie dell’amore.
Creatura di passione, intelligenza vigile, l’Unica alternava a questi abbandoni della fantasia lucidi istanti di ragionamento. Quando si accorgeva che la sua carne e la sua anima soffrivano insieme di intimi flagelli era pur d’uopo che tendesse la mente alle oscure minaccie del futuro. Per quanto luminoso sia un tramonto, per quanta apoteosi di raggi ne circondi il breve arco sul cielo, ella sapeva che lo segue da vicino la notte; e Ariele era così giovane!
Un’ansia tormentosa, un sottile rodimento la assaliva pensando a lui in quelle sere estive in cui l’aria era pregna di effluvi, molle di languori. Dove era Ariele? Ah! perchè non aveva potuto fermare per l’eternità le sere trascorse insieme, lassù fra i monti trentini, nell’attimo felice del loro amore nascente? perchè ora, giunto alla piena maturanza, questo frutto d’oro che le Esperidi le avrebbero invidiato, pesava già nelle sue mani coi fili misteriosi del presentimento? Una lettera fremeva ad ogni movimento del suo busto; Ariele le scriveva tutti i giorni; eppure attraverso lo spazio che li separava ella intuiva un esercito di nemici. Dove era, dove era Ariele?
Forse ad uno di quei ritrovi dove gli uomini costretti nell’afa della città vanno a respirare la sera sotto un gruppo d’ippocastani, alla soglia di un caffè, mentre una orchestrina suona i pezzi della Bohème e donne biancovestite, colle braccia nude, gli omeri nudi, stanno sedute languidamente guardando? o forse egli era in casa, in quella casa che ella non conosceva, ma che aveva pensato tante volte con infinita tenerezza? Sì, doveva essere in casa; studiava, leggeva, pensava a lei forse.... La sera era molto calda, egli stava presso alla finestra.... Altre finestre erano in giro, certamente tutte aperte.... Che effetto farebbe ad un giovane, solo, in una sera d’estate, in un’ora di abbandono, il profilarsi alla finestra dirimpetto di un grazioso volto femmineo, di uno sguardo cercatore?
Non insisteva su questi pensieri, ma bastava che attraversassero il suo cervello per lasciarvi un’ombra e in quell’ombra il suo sogno d’amore si materializzava. Era ancora l’anima di Ariele che teneva la sua soggiogata in soavissima comunione, ma era pure la sua bocca e i suoi occhi che ella vedeva continuamente, sempre, fino alla sofferenza.
Una idea pazza la tentava qualche volta; tornare improvvisamente in città, correre a lui, alla sua casa, suonare il suo campanello, apparirgli!... La suggestione di tale istante le faceva passare un brivido nel midollo delle ossa abbandonandola al fascino della tentazione, alla vertigine del peccato.
Aveva temuto tutta la vita quel peccato; temuto dapprima e combattuto per religiosità di sentimento come onta e disonore massimo. Assurgendo in seguito ad un più alto concetto di dignità, aveva intuito l’orrore degli amplessi mentiti e divisi e la responsabilità grave sopra tutte del contrabbando coniugale per cui il frutto dell’amore clandestino usurpa il nome e i diritti della prole legittima. Più ancora di qualsiasi altra considerazione quest’ultima, imponendosi alla sua lealtà, era stata la sua salvezza durante il periodo degli aspri assalti: non poteva averlo dimenticato. Nè la sua coscienza era cambiata intorno al concetto del dovere che una donna onesta ha verso l’uomo di cui porta il nome, verso i figli che da lei aspettano l’esempio; la sua linea morale non si era scossa; era sempre la creatura di passione e di volontà che dell’amore aveva fatto un calice di elevazione, un santuario sacro alla idealità della vita; sensibile e fiera, ardente e onesta.
Ma se nulla era cambiato in lei, se nelle sue fragili parvenze di fanciulla il cuore aveva conservato la freschezza dei vent’anni e la mente tutto il suo vigore, altro aspetto avevano assunto le circostanze e le cose. Sciolta dai vincoli di famiglia, padrona di sè, semplice dinanzi a Dio che ella adorava con spirito religioso in tutte le forme del mistero, era libera, era sola; nessuna responsabilità incombeva più sulla sua coscienza, nessun compromesso coi suoi doveri; non l’umiliazione della menzogna, non la ripugnante divisione delle carezze, non lo spettro del tradimento. Amata, amava. Il peccato dolcissimo che non poteva più nuocere ad alcuno, che era il suo diritto di natura, il premio forse delle passate rinuncie, tante volte respinto, tante volte domato, creduto così lontano oramai, ecco riaffacciavasi con tentazioni nuove alla sua resistenza disarmata. Una logica ferrea l’aveva condotta dal primo bacio, quasi inconsapevole tanto era stato sincero, a un crescendo di desideri, a quell’ardore di rogo dove il suo passato si consumava, dove ella stessa bruciando di una fiamma che era insieme divina ed umana giungeva a formulare, pur tremando, pur rifuggendo ancora, il terribile assioma: L’amore che non è tutto è nulla.