Con tale concessione ella ripudiava in un colpo ogni argomento di lotta. Cessate le ragioni altruistiche che erano state i veri alleati della sua virtù, la sua anima coraggiosa si sentiva attratta irresistibilmente a gettarsi intera, a perire intera sul suo rogo d’amore.

Conobbe ore di rapimenti sovrumani a pensarsi tutta di Ariele con l’abbandono assoluto che le donne appassionate ma di abitudini caste trovano appena nel segreto del loro desiderio, quando la carezza è ancora immateriale e che nessuna realtà, nessuna causa esterna attutisce la vibrazione di una sensibilità che va oltre la carne e la sorpassa. Poichè ciò che vi è di profondo nella voluttà ha una recondita origine divina, l’amore il più nobile vi assurge col tremore sacro di chi compie un rito e dove altri trova una caduta esso consacra un olocausto.

Sola nei prati, nei boschi, al rezzo degli alberi, allo scrosciare delle fonti, presso l’intimità dei nidi, presso l’arcano dei boccioli, intenta ai silenzi delle lontananze, l’Unica si sentiva in comunione di vita colla natura. Posseduta dal bisogno dell’eterno che è la ragione stessa dell’amore, come già una sera a fianco di Moena, ella pensava ancora che qualche cosa della sua grande passione resterebbe in quei prati, in quei boschi, nell’eco di quelle fonti, nell’idilio rinnovato dei nidi, nel rinnovato arcano dei boccioli schiudentisi in fiore. E una forza straordinaria la sospingeva quasi a volo, con un sentimento di riconoscenza alla vita per quella grande gioia che le aveva riserbata, con una tenerezza commossa che le teneva il cuore in un continuo palpito di simpatia e di pietà. Tese le braccia all’aria, al cielo, a Dio, il grido di Faust le prorompeva dalle labbra: “Arrestati, ora felice!„

X.

Un primo dolore le venne dalle lettere di Ariele piene di tristezza e di scoraggiamento. Egli accennava senza precisare a lotte diuturne che lo prostravano. Non scriveva mai a lungo: le sue pagine, anche quelle d’amore, erano formate da frasi a scatti, con una mancanza quasi assoluta di aggettivi, chiare e disadorne; qualche volta fredde ma attraversate da improvvisi slanci di passione; da una sola parola violenta, turbatrice, simile a un bagliore di lampo. Conservava, scrivendo, il pronome rispettoso in terza persona quale era stato adottato per tacito accordo nei loro colloqui e che diffondeva sulla loro intimità quel velo di pudore tanto caro alla loro delicatezza; ma come nei colloqui, anche nelle lettere il tu a volta prorompeva, ripreso, riabbandonato, con una alternativa di movimenti così caldi di vita e di sincerità che davano a quei fogli un palpito di cuori. Una volta una lettera di tenore austero, dove in ogni parola trapelava la sofferenza, finiva bruscamente, come un singhiozzo: “Oh! potessi piangere almeno sul tuo seno adorato!„

Quel giorno ella sentì più che mai la penetrazione del sentimento amoroso nelle cellule riposte del suo essere, dove è il deposito santo della pietà; pianse con lui, per lui, pensando essere le lagrime il cemento che rende tangibile l’ideale e imperituro il sogno; dolci lagrime che l’amore imbeveva di tutti i suoi aromi, che le sfioravano le guancie con un sapore di baci consacrati e le cadevano in petto come fossero le lagrime stesse di Ariele. Ariele le raccolse nella calda risposta di lei rimandandole un nuovo grido del suo cuore esulcerato: “Non so ora se soffro più per me o per te„.

L’amata partì.

Egli andò ad incontrarla alla stazione, quando scese dal treno in un morente vespero di settembre, e i loro primi sguardi si evitarono, smarriti, quasi come il giorno in cui si erano trovati lassù, all’entrata del bosco, non amandosi ancora e già trepidi del mistero che sfiorava le loro fronti. Moena appariva molto cambiato. Il pallore del suo nobile viso aveva preso una tinta cerea; la signora se ne sentì il cuore stretto. Ella non volle servirsi della carrozza e preferì attraversare i giardini a piedi per stare più a lungo con lui. Sperava di trovarvi una solitudine che rammentasse ad entrambi i bei giorni del passato. Ma si ingannò.

I giardini a quell’ora erano attraversati da turbe di operai che uscivano dagli opifici, di ragazze impertinenti e ciarliere. Cercò coll’occhio un sentiero appartato e non le riuscì di trovarne uno. Dovunque, all’ombra delle magnolie, presso la fontana, dietro i cespugli delle azalee, nei grandi viali di ippocastani, intorno ai piccoli laghi, dovunque era folla di pupille curiose, di bocche schernitrici e scioccamente e volgarmente maligne.

— Non ci potremo parlare, — disse scoraggiata.