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Ariele tardava a scrivere, nè ella per fierezza sollecitava le sue lettere. Era forse la fine? la fine sempre temuta, pur se qualche volta implorata, liberatrice finchè lontana, spaventosa nei rantoli dell’agonia? la fine gelida e volgare che non lascia nulla dietro a sè, la fine dell’avventura comune? Era questo che la aspettava dopo tanto slancio ideale, dopo tanta intima, profonda, appassionata intesa? Era questo che meritava l’anima sua?
Che cosa sarebbe di lei, della sua vita, non sapeva, non voleva pensare. Era giunta a quel punto della sofferenza che confina colla insensibilità. In tale stato ipnotico errava tra le piante e le erbe atrofizzando il pensiero nella contemplazione dei piani verdi, sprofondandovi l’occhio fino ad averne una ebbrezza sensuale dove l’assillo del ricordo annegava morbidamente.
L’ora culminante di tale abbandono ricorreva ogni giorno al tramonto del sole. Le piaceva allora portarsi all’entrata del bosco, presso alcuni scalini di pietra dai quali aveva visto arrivare Ariele. Sedeva abbattuta, chiuso il capo nel suo velo bianco, chiuse le mani in grembo, simile a un marmoreo simulacro del dolore, a una sfinge dal segreto inviolato.
Stava così una sera, immobile, in solitudine assoluta, — i grilli appena stornellavano in fondo al prato, — quando un passo d’uomo vicino a lei le fece sollevare la fronte.
— Unica!
Si scolorì nel volto che apparve come un’ostia tra la nuvola del velo; le pupille sbarrate per la grande fissità non avevano sguardo: balzò in piedi, muta. Egli vide in quegli occhi altrettanto timore quanto amore.
— È l’addio, — disse.
— L’addio? — fece ella scuotendosi.
— Forse l’addio ultimo.