— Non è più lei, signora, — le disse un giorno in sua ingenua schiettezza una vecchierella del paese.
Era vero. Lo sentiva, lo vedeva; non era più lei. Accadevale ora di fermarsi dinanzi allo specchio per guardare se avesse ancora sotto gli occhi il cerchio bruno che le era rimasto dalla notte insonne, se crescesse il solco emaciato della guancia e ripeteva a mezza voce con una tristezza che era tutto uno schianto un verso di Keats: “Oh! dove sono i canti di primavera, dove?„
E la natura intorno era tanto bella, tutta verde e azzurra, punteggiata dalle stelle bianche delle pratelline nella distesa dei prati, dai ciuffi d’oro delle ginestre nei boschi, fra quelle deliziose montagne trentine colore d’ambra e di lapislazzuli, colore di croco e di opale, varie, eleganti, disegnate sullo sfondo del cielo con la morbidezza di profili a sanguigna. La vita si svolgeva così, tranquilla nelle opere dei campi, nelle placide case, tra le viuzze sassose dove i bimbi giuocavano sotto l’occhio sereno delle madri, dove le fanciulle appendevano tralci di garofani alle finestre e nulla veniva mai a turbare la calma un po’ dormiente un po’ infingarda di quei montanari cui il breve orizzonte era mondo.
L’anima in pena cercava di interessarsi a questa vita semplice; discorreva colle donne delle loro faccende, dei loro figliuoli; ascoltava racconti di cose umili; voleva mettersi al loro livello, voleva dimenticare di essere la creatura di passione e di pensiero, scendere a loro, assidersi placida con loro alla mensa quotidiana, ai quotidiani lavori; guardare l’erba che spunta, le galline che razzolano, le nubi in cielo, e incrociare a sera le mani sul grembo nella attesa indifferente del dimane sempre eguale. Vi riusciva in certi momenti di atonia durante i quali un velo soffice tessuto di languore e di rassegnazione la fasciava, dandole il momentaneo sollievo di una applicazione fresca sopra una piaga che brucia. Ma improvvisamente, senza che nulla fosse mutato nell’aria, nel cielo, nel rameggiare degli alberi, nello scorrere dei ruscelli, nella torbida pace circostante, il cuore le dava un balzo, la memoria le riaffacciava una visione. — Lui, Lui, sempre Lui! — e folle di rinnovellata angoscia fuggiva per sentieri deserti torcendosi le mani sul petto affannoso.
I fanciulli l’amavano; sovente guardandoli si acquietava nella loro innocenza. Talora sulla fronte dell’uno, sulla bocca dell’altro, credeva ritrovare una somiglianza con Ariele e allora più intensa si faceva la sua attenzione, più dolci e prolungate le sue carezze; ma erano illusioni fuggevoli. In realtà nessun volto somigliava a quello di Ariele; il desiderio dell’amante lo cercava invano. Solo guardando dentro sè stessa, nel raccoglimento desioso delle rimembranze, le linee dell’amato si ricomponevano in loro specialissima delicatezza virile, in loro fine regolarità di camméo e il senso acuto della di lui bellezza, anche lontana, le dava quel tormento di cosa inafferrabile già provato quando Ariele era nelle sue braccia, per l’ansia segreta che la bellezza suscita in fondo al piacere che essa dà, quasi un senso più preciso della morte nel maggior fervore di vita.
Erano andati i fanciulli, renitenti le madri, a una sagra su un monte vicino e le madri stavano in gran pensiero per un folto accavallarsi di nubi nunziatrici di prossima bufera, rifacendosi ad ogni istante sulle porte delle loro case a guardare da lungi se apparissero; la signora buona prendeva parte alla loro preoccupazione tentando rassicurarle. Se non che a un tratto la bufera incalza sollevando turbini di vento e di foglie, lampi spaventosi fendono le nubi, terribili boati echeggiano di valle in valle, stridono gli alberi piegati al suolo, muggiscono le mandre spaventate; schianti di imposte sbattute, di assi che si fendono raddoppiano gli strilli delle donne e il pianto dei pargoli; qualche vecchia in disparte prega fervorosamente. Ma un grido li domina tutti: “I nostri figli! i nostri figli!„ Le madri non dicono altro, immobili sulle soglie, il grembiule buttato sulla testa a riparare la furia dell’acquazzone, coll’occhio che non abbandona la strada per la quale devono giungere i fanciulli. Il terrore e l’angoscia crescono di minuto in minuto.
Eccoli finalmente! Una macchia bruna appare in alto sul declivio del monte. Si muove, si snoda; un punto rosso emerge. “È lei, è Maria!„ esclama una donna. Un fremito di gioia corre in tutti i cuori. Le vecchie dicono: “Sia ringraziato il Signore!„ La furia dell’uragano è calmata; piove ancora, ma già il cielo si chiarisce attraversato dall’arcobaleno: “Sia ringraziato il Signore! Sia ringraziato il Signore!„
Il gruppo dei fanciulli si approssima; la gonnella rossa della piccola Maria danza al vento. Corrono, gocciolanti d’acqua, giù dai viottoli, balzando di sasso in sasso, agitando in alto i cappelli. Già sono vicini; già si ode lo scroscio delle loro risa, si vedono le treccie delle bimbe disfatte appiccicate sul collo e sul dorso; più di un bimbo ha strappato i pantaloncini, ha perduto il cappello; e ridono. Uno inciampa e cade; ride, si rialza, torna a correre. Un altro canta, spavaldo, colle mani in tasca, il nasino per aria a sfidare le ultime gocciole. “Come ci siamo divertiti!„ esclama la piccola Maria appena può far udire la sua voce. Un bambino, soletto, piagnucola; aveva comperato alla sagra una bella trottola e non la trova più. “Ora sì, — minacciano le madri con piglio tra il burbero e il commosso, — dobbiamo fare i conti. A letto subito!„
Ma la Maria non si muove. È la capoccia della compagnia, deve narrare in qual modo andò la gita e lo fa stando in piedi contro la tavola, addentando una mela acerba. Piccoletta, tarchiata, ha le braccia nude a metà, sode, un po’ ruvide per il vento e per il sole, colla pelle tesa fragrante di salute, scura verso le mani, più bianca nel risalire. Non è bella, è giovane. I suoi capelli hanno il rigoglio di una criniera e di una foresta; i suoi occhi guardano tra le palpebre lisce come specchi di laghi alpini; una peluria di pistillo adombra con un incomparabile belletto le sue guancie troppo tonde; ha la bocca carnosa di una freschezza insolente, con denti acuti e bianchi di bestiola selvaggia, e morde la mela con tanto impeto che il sangue sprizzando dalle gengive riga di vermiglio la polpa del frutto. Sembra che la bufera invece di abbatterla abbia rintuzzate tutte le sue forze, come se tra lei e l’acqua e il vento e i fulmini fosse corsa una magnifica tenzone, una gioiosa battaglia risolta in sua vittoria.
Oh! giovinezza, giovinezza! — pensa l’attardata viandante; e tutto in sè le pare vano, trista la sua carne, vuoto il suo cuore, inutile il suo affetto — Giovinezza, solo tesoro!