Che cosa è mai il senso occulto che al cieco barcollante nel buio indica l’avvicinarsi di un ostacolo? E sulla spiaggia battuta dal mare, mentre il pescatore si allontana gonfie le vele di vento e di speranza sorridendo alle promesse di felice ritorno, che cosa è l’improvviso presentimento che nei raggi dei sole e nella festa delle onde stringe il cuore alla donna rimasta sulla riva? Non è forse che per certe sensibilità acute e in alcune circostanze e in alcuni stati speciali dell’animo sembra di sentire nell’ombra i passi misteriosi del nemico ignoto? Lei stessa, la sopravissuta alle battaglie della vita, muto il cuore, muti i sensi, spenta la fantasia nell’acquietamento d’ogni desiderio, non aveva sentito il tacito avanzarsi di un palpito nuovo, non nato ancora ma già esistente intorno a lei nell’aria, nel cielo, nell’invisibile giro degli atomi, nel sospiro eterno delle cose, lassù, sul terrazzo di Trento, in una indimenticabile notte? Ora sul plettro de’ suoi nervi le voci fatidiche piangevano con accenti di terrore. Perchè, se nulla era mutato, se un anno appena era trascorso dall’incanto iniziale, se Ariele giurava di amarla ed ella lo amava ogni giorno più?
Giunse a non potersi dominare, a non sapere più nascondere nemmeno a lui lo stato di inquietudine dal quale scaturivano a volta parole amare che dovevano apparire ingiuste ad Ariele, che lo turbavano e lo indisponevano, mentre lei rifugiandosi in una dignità incompresa si rifiutava alle dolci carezze quanto più ne aveva cocente la bramosìa.
Un bisogno la prese all’improvviso di staccarsi da Ariele, coll’atto inconsulto del ferito che staccando le bende si illude di sfuggire al tormento, ma travolta nelle astuzie dell’istinto scelse per meta della sua fuga il posto medesimo dove ad ogni sasso, ad ogni fronda avrebbe incontrato ancora la memoria di Ariele, là dove si erano amati.
Partì con meraviglia di lui e tristezza contenuta che ella giudicò indifferenza. Dal canto suo Ariele non comprendeva tale subitanea decisione di recarsi in una terra a lui vietata. Il saluto ultimo alla stazione tra la folla irritante e vuota fu come un agitarsi di fiaccole dietro un vetro opaco; i loro cuori si cercarono invano ed ella andò così, chiamata dalla voce che non ha nome, verso il compimento del suo destino.
Rivide le città, rivide i paesi, le verdi selve, i piani ondulati, le Dolomiti splendenti, le Giudicarie austere, l’Adige bello e doloroso, Rovereto dolcissima, Trento memore. Un’onda di commozione che era quasi felicità le sollevava il petto ripassando per i luoghi noti, ribevendo quell’aria e quella luce. Le memorie, dono crudele e magnifico per cui si centuplica la vita, solo possesso vero nel trascorrere ininterrotto del tempo, sorgevano ad ogni passo avviluppandola in una carezza d’amore. Sogno? Che importa! Il sogno è l’ala della realtà.
Quando giunse al rifugio alpestre dove Moena era venuto a rintracciarla credette le mancasse il cuore. Volgeva il tramonto, l’ora stessa dell’arrivo di Moena. Nel momento che la carrozza passava all’entrata del bosco i suoi occhi spalancati cercarono sè stessa, in quella sera, rifacendo il loro incontro così timido e scolorito nell’alba ancora frigida dei sensi chiusi. Ma quando a notte fatta volle riaffacciarsi ai primi alberi del bosco, ansiosa, tremante, allucinata, non le fu possibile inoltrarsi di un passo. I fantasmi del passato la ricacciavano indietro; udiva la voce di Moena bassa e alterata sussurrare nell’ombra: Ha paura?
Disfatta, convulsa, si accasciò contro un albero, urtando alla ruvida scorza le mani delicate con un bisogno fisico di farsi male, di trarre alla superficie della pelle quello spasimo orrendo che la straziava dentro. Anche Ariele una volta nello stringerla le aveva fatto male e rievocandone ora la sensazione tutto il suo corpo fremeva in una indicibile voluttà di martirio, sentendo veramente una fitta acuta che le trapassava il cuore. Da qualche tempo soffriva così nella sua carne, nel giro del sangue, in tutti i nervi schiantati dalla intensità della passione e della lotta. Abbandonata sul tronco dell’albero ebbe in quel punto pieno sentore della propria miseria, di essere un povero corpo stremato, una povera anima inutilmente dolorante. Si premette con tutte e due le mani le braccia, le spalle, i fianchi gemendo: Misera me!; — e piegò la testa, umile, vinta.
Un rumore d’acqua veniva dalle cupe profondità dello spazio, ma ella non ricordava che vi fosse in vicinanza nè cascata nè fontana; e poichè la notte, il silenzio, un misterioso terrore, un senso di isolamento e di abbandono la cingevano di una cattiva malìa le parve che quello fosse un pianto disperato, il pianto dei luoghi dove era passato l’amore, dove non passerebbe più.
Ascoltando sempre a capo chino, tutta raccolta in sè quasi per nascondersi e immedesimarsi e sparire nel palpito universale, per non essere più nulla altro che una cosa morta, parvele ancora che nell’acqua invisibile scrosciasse improvvisamente un riso di scherno alto, sonante, — poi, lento, a tratti, un lieve e molle pispigliare di goccie, un indugio di soavità, come un rosario sgranato di baci, come un mormorio di parole raccolte da labbro a labbro, — e le lagrime di nuovo, — e di nuovo alta, sonante, prolungata, acutissima, la risata di scherno....
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