A chi la dirigevo? A nessuno in particolare: al mondo, alla vita, forse a me stessa.

Staccandomi dai miei coetanei mi accadeva di rimanere più a lungo in compagnia della zia Claudia e delle persone che venivano a visitarla. Era difficile che qualcuno passasse dinanzi alla porta aperta, alle sedie allineate ed alla vigilanza della zia, senza entrare per poco o per molto a scambiar le reciproche idee sugli ultimi avvenimenti del paese. La zia Claudia mi voleva anche lei molto bene, mi chiamava la sua nipote prediletta e mi parlava come ad una persona grande, privilegio lusinghiero per i miei gusti di fanciulla assennata.

Frequentava la casa anche uno dei nipoti maggiori (ve n'erano di tutte le età). Questo di cui voglio parlare, un giovinetto, sui sedici anni, pallido, delicato, di temperamento dolcissimo, mi si era affezionato in un modo che, data la differenza dell'età, appariva singolare. Diceva che quando fossi più grande mi avrebbe sposata; lo diceva alla zia, lo diceva, a me; la zia abbozzava un sorriso, io non rispondevo nulla perchè era come se mi avesse detto: Fra qualche anno parleremo arabo insieme. Durante una delle ultime vacanze che passai a Caravaggio venne fuori una milanese, una ragazza che fece subito impressione per la disinvoltura piuttosto sguaiata colla quale si accaparrava i giovinotti. Si osservavano i suoi abiti, i suoi gesti. Aveva trovato modo di avvicinare i nipoti dello zio Germanico e per questa via la zia ed io eravamo al corrente dei suoi successi. Un giorno il mio promesso sposo mi comparve d'innanzi con un anellino di corniola al dito; siccome non l'avevo mai visto gli chiesi semplicemente da qual parte gli venisse ed egli con pari semplicità mi rispose: «Me lo ha dato l'E....» «Come! esclamai, dici che vuoi sposarmi e porti l'anello di un'altra. Allora è segno che vuoi bene a lei; sposa quella». Il buon ragazzo si affannò a spiegarmi come glielo avesse posto in dito di viva forza, ma che era pronto, se questo mi faceva dispiacere a levarselo. Aveva già compiuto l'atto ma sembrandogli di non avermi persuasa abbastanza soggiunse: «Vuoi che lo spezzi, che lo schiacci sotto ai piedi, per mostrarti qual conto faccio dell'E..?». «Ah? no, dissi sarebbe peccato». Egli ebbe una rapida ispirazione «Lo vuoi tu? Prendilo, è tuo». Tutto giulivo me lo porse e io fiera del mio trionfo, non potendo tenerlo su nessuna delle mie dita perchè troppo largo, lo ravvolsi nella cuffietta della bambola e lo riposi gelosamente in tasca.

Graziosa corniola lucida rosata, trasparente di quell'anellino! Essa mi rappresenta il primo passo che feci fuori dell'infanzia. Il giovinetto morì consunto prima ch'io diventassi una signorina da marito e ancora non posso vedere una corniola senza provare una dolce commozione. Ma da quanto tempo questa pietra non si vede più? I giovanissimi non la conoscono neppure. Essa e le sue compagne, agate, turchesi, granatine, che le famiglie di quel tempo si trasmettevano di generazione in generazione, con quelle legature così originali, così veramente belle, dove trionfava la nobile arte degli orafi antichi nutriti ancora delle eleganze di Benvenuto Cellini, scomparvero colla diffusione del brillante.

Il solitaire di dieci o quindici mila lire, che i nuovi arricchiti mettono in mostra sul petto delle loro donne come vi appunterebbero un pacchetto di banconote se appena appena brillassero un poco, risponde meglio alle esigenze del secolo materialista. Allora, negli strascichi del romanticismo, la corniola impiegata sovente per ciondolo assumeva le tre forme indivisibili di una croce, un'ancora e un cuore: fede, speranza, carità. Ora ai polsi e all'orologio si appende il maialetto d'oro.

La liberazione della scuola, dei compiti da fare, delle lezioni da studiare non era il minore dei vantaggi delle mie vacanze a Caravaggio. Continuavo ad essere nemica acerrima dell'insegnamento, pur crescendomi il gusto della lettura e un particolare piacere di certe parole, di certe frasi armoniose che mi davano una ebrezza musicale, mentre la musica mi lasciava fredda o, se mi commoveva, era solo come accompagnamento e complemento delle parole. L'intuizione, così superiore in me alla coscienza, mi faceva penetrare in alcuni stati d'animo, che non avrei diversamente compresi. La dolce malinconia, il pathos dei seguenti versi dell'Edmenegarda mi rapiva in una contemplazione che la zia Claudia, ammonendomi di non cogliere l'uva acerba, non sospettava neppure, quando io, indugiando silenziosa sullo scalone di pietra li affidai, in mancanza dei quaderni distrutti, alla solita parete che riceveva gli sfoghi grafici di noi fanciulli.

O giovinette, gioia vereconda

della casa materna, a cui dovrebbe

vergin campo d'amori esser la terra,

quand'io vi veggo rotear ne' balli,