di rose e gigli incoronate il crine,
quand'io v'ascolto ne' giocondi crocchi
le memori narrarvi ore del chiostro
o le speranze del futuro amante,
non vi sorrido, ma pietà mi stringe
dolorosa di voi che imprenderete
la dura via fra poco.
Improvvisamente, un giorno? una sera? Non so: un gran buio circonda quell'ora solenne del mio destino. Ero a Milano; la scuola, secondo l'orario di quegli anni, mi teneva prigioniera senza interruzione dal mattino fino alle quattro; alle quattro e mezza si pranzava; alle otto a letto. La mia vita in casa non era che un passaggio occupato dai compiti e dalle lezioni. Non so altro, non ricordo altro. Mi fanno chiudere i libri a un tratto e il papà mi conduce da una famiglia amica che abitava presso a noi e dove c'erano ragazze e ragazzi della mia età; vi passai tutta la notte in un lettino improvvisato e la novità, la compagnia, i giuochi di quei fanciulli, non mi lasciarono agio di pensare alla singolarità degli avvenimenti.
Il giorno appresso una persona, non rammento chi fosse, venne a prendermi per ricondurmi non dai miei genitori, ma a Caravaggio. Di sorpresa in sorpresa! Anche qui la gioia e la presa di possesso dei miei beni mi impedirono di approfondire ciò che si disse per spiegare la mia venuta fuori del tempo. Importava assai a me la ragione del perchè! Ero felice e credevo ancora che la felicità non dovesse finire mai. Mancava però la nonna e alla mia domanda dove fosse mi si rispose che era andata alla campagna per sorvegliare certe faccende, ma che sarebbe tornata subito. Pranzammo soli, il nonno, la zia Carolina ed io. Il nonno non pronunciò una sola parola, la zia Carolina sospirava spesso indugiando sui cibi come se le tornassero a gola. Avevo visto altre volte a quella tavola i volti rabbuiati per la tempesta che rovinava il raccolto e pensai che si trattasse di una disgrazia del genere e me ne stetti ben zitta e ben tranquilla per non turbare le loro preoccupazioni.
Dopo pranzo venne lo zio Germanico, ma non essendo domenica non veniva per la partita a tarocchi. La zia Carolina gli corse subito incontro nell'andito e poichè tardava a rientrare, il nonno la raggiunse e stettero fuori un po' di tempo. Poi sentii il nonno che saliva al suo studio e la porta di casa sbattere per il dottore che andava via. Quando la mia cara zietta tornò in sala, aveva gli occhi rossi. Io ero turbata per quell'ombra di mistero che mi circondava, ma non sapevo che cosa dire. Ella mi abbracciò strettamente, raccomandandomi di andare a letto subito, che la mattina seguente sarebbe venuta la balia a prendermi per condurmi un po' con lei.